Attualità


Adesso siamo diventati davvero una squadra normale.
Straordinariamente normale, dove lo straordinario da stasera sta tutto nell’eccezionale amore di una tifoseria verso una maglia.
Serata da sogno e da marziani.
Perché sentire gli applausi al nome di Lippi, vedere Del Piero che segna sotto la Fiesole tra l’entusiasmo del pubblico sono cose assolutamente imprevedibili; scorgere molte persone che quasi si commuovono al suono dell’inno nazionale è qualcosa che invece fa bene al cuore.
Pur rimanendo del tutto convinto che Carrao, Galliani e compagnia cantante debbano andare a casa (ma Mazzini presidente, no?), mi sono sentito orgoglioso di essere fiorentino, stavolta abbiamo davvero svoltato.
Alla fine, come avevo pensato fin dall’arrivo dei Della Valle, era giusto far giocare la Nazionale a Firenze.
Nella primavera di tre anni fa lanciammo dalla radio una campagna per il ritorno degli azzurri, una specie di sondaggio tra gli ascoltatori che si concluse con esiti sconfortanti e dovetti accettare il verdetto delle risposte a malincuore.
Forse perché sono tra quelli che digeriscono a fatica le eliminazioni azzurre agli Europei e ai Mondiali, non avendo mai capito come mai in queste grandi competizioni si dovesse soffrire per le sorti di un’altra squadra, non so il Brasile o l’Argentina.
Per me questa cosa assomiglia molto al tifo di tanti toscani per Juve, Milan o Inter: inconcepibile.
Quando dietro a me ho visto Ciuffi fare la ola per ben cinque volte consecutivamente, ho capito che la Nazionale aveva davvero fatto pace con Firenze.
Finalmente, e ora concentriamoci sul Siena

Siccome questo è il mio blog e siccome non esiste nessun altro fine che dialogare con voi, mi sembra giusto dividere un sentimento privato legato al bel mondo giornalistico che frequento da 27 anni.
Mi scuserete, ma fa bene ogni tanto sfogarsi un po’.
Sono letteralmente disgustato dal comportamento di una persona che non solo si è dimenticata di quanto abbia fatto per aiutarla (tanto, ma veramente tanto…), ma una volta ottenuto quello che voleva ha cercato in modo ignobile e subdolo di danneggiarmi.
Niente nomi e d’altra parte non ci sono speranze che capisca il suo errore.
Farebbe invece bene a vergognarsi la mattina guardandosi allo specchio, ma la dignità è un sentimento sconosciuto alla suddetta persona, figuriamoci la riconoscenza.
E comunque va bene così. E’ una lezione, l’ennesima, della vita.
E c’è anche un risvolto positivo: se ancora riesco ad arrabbiarmi ed indignarmi così, se tiro in ballo valori come morale, riconoscenza, etica, forse ancora non sono stato del tutto assorbito dal sistema.
A voi sono mai capitate cose del genere?

P.S. Ragazzi, grazie!
Il blog funziona da sfogatoio e i vostri commenti mi stanno facendo passare l’indignazione e la nausea (davvero) per il comportamento di questa persona.
Da domani, giuro, torno ad essere lucido e pronto ad arrabbiarmi per cose di comune interesse.

Dopo aver banalmente attaccato i giornalisti per il flop olimpico, Giorgio Rocca ha concluso la sua prima intervista da “grande delusione italiana” ricordando che tra poco cominceranno le para-Olimpiadi (dedicate ai ragazzi e alle ragazze disabili) e che quindi il palcoscenico dei media dovrà essere tutto per loro.
E’ un illuso, ma ha fatto bene a provarci.
Ma non è solo questo che mi è piaciuto nelle parole dello sciatore finito in tutti i sensi a faccia in giù nella neve.
E’ confortante infatti vedere come difenda orgogliosamente il quinto posto ottenuto nella combinata, che è poi il miglior risultato del nostro sci alpino a Torino 2006.
Leggendo le sue parole è come si mi fossi per un attimo disintossicato dalla quotidiana droga calcistica e dai suoi riti tribali.
Insomma, uno lavora per anni, dà il massimo di quello che ha dentro e arriva quinto nel mondo: perché non dovrebbe essere soddisfatto in una logica che non sia solo quella della vittoria a qualunque costo e a qualunque prezzo?
Mi è piaciuto anche che abbia detto, a proposito della sua rovinosa caduta: “sapevo di essere in forma, ho rischiato ed è andata male, meglio così che il quarto posto”, e se ci pensate bene non esiste alcuna contraddizione con quanto scritto prima.
Nessun dramma quindi per questo clamoroso rovescio: è lo sport, con le sue regole ed i suoi insegnamenti.
E forse non sarebbe male che la poesia di Kipling “Se” appesa davanti all’entrata di Wimbledon, venisse incorniciata in tutti gli spogliatoi calcistici italiani.

La mia adolescenza è stata segnata dai libri di Oriana Fallaci: da “Lettera ad un bambino mai nato” a “Un uomo”, divoravo letteralmente quello che lei scriveva, adorando la sua prosa e la profondità dei concetti espressi.
Poi deve esserle successo qualcosa, collegabile probabilmente con il cancro che la colpì anni fa e che per fortuna sembra ormai sconfitto.
Questa fiorentina di quasi 77 anni è diventata intransigente, intollerante e pure profeta inascoltata di sventure.
Successe quando immaginò le disgrazie peggiori ad una Firenze che si stava attrezzando per accogliere nel novembre 2002 i no-global.
Non accadde niente e a molti Fallaci-boys dispiacque: niente vetrine rotte, il Ponte Vecchio rimasto al suo posto, addirittura nemmeno un ferito.
Ora, dopo aver dichiarato guerra ad una decina di Stati canaglia (manco fosse lei stessa una Nazione) ha deciso di complicarci un po’ la vita con la storia della sua prossima vignetta anti-Maometto, in cui il Profeta verrà irriso per la sua poligamia.
Non ci bastava quindi il Calderoli-ridens (avete notato che in ogni foto è sempre sorridente?), adesso i fanatici avranno altri motivi per assaltare le ambasciate italiane e magari qualche pazzo deciderà pure di metterci una bella bomba in casa, forse a Firenze, dove la signora Fallaci è nata.
Grazie Oriana per movimentarci un po’ il futuro, perché qui tra aviaria e crisi economica rischiavamo di annoiarci un po’.

Canale Dieci è stata un pezzo della mia vita, professionale e non.
Adesso che finalmente Vittorio Cecchi Gori l’ha venduta, leggo un po’ esterefatto di comunicati preoccupati per la sorte dei lavoratori, che io peraltro conosco benissimo, avendo diviso con loro nove anni di lavoro.
Francamente non capisco.
Premesso che chi scrive questi comunicati non ha mai mosso nel passato un dito per difendere la televisione in tante giornate di fuoco, non comprendo bene cosa avrebbero voluto che accadesse.
Canale Dieci è stata acquistata dall’unico editore puro di televisioni che esiste in Toscana, Boris Mugnai, e sinceramente non so come vorrà organizzarla.
Ma era forse preferibile continuare con il lento ed inarrestabile declino degli ultimi tempi?
Se Canale Dieci è miracolosamente sopravissuta quasi quattro anni al crac della Fiorentina e non è fallita insieme al resto delle attività di Cecchi Gori, lo deve alla lungimiranza di Andrea Parenti, di Marco Duradoni e alla passione di un signore che ci ha purtroppo lasciato troppo presto: Paolo Fanetti.
Consentitemi un breve amarcord.
Dopo l’inizio faticoso, ma tutto sommato positivo con Grassia, ci furono anni entusiasmanti.
Quelli vissuti con Sandrelli, direttore dal 1994 al 1998, stagioni in cui sembrava che tutto fosse possibile: si organizzavano eventi, si creavano trasmissioni dal nulla, c’era un entusiasmo contagioso e litigioso da cui sono usciti tre professionisti che ora si impongono con la loro bravura a La Sette.
Poi sono arrivati periodi più difficili, in cui io, come responsabile dello sport, ho commesso qualche errore.
Ne cito soprattutto due: la battaglia personale a Malesani e, soprattutto, aver dato credito a Cecchi Gori per un anno di troppo, dal 2000 al 2001.
Ed è stato proprio per questo che quando è fallita la Fiorentina ho pensato fosse giusto pagare la mia scelta sbagliata e mi sono così “auto-squalificato” dal video per un anno, perdendo soldi e visibilità.
Oggi però mi scoccia molto che in pochi ricordino come nell’anno della vergogna (stagione 2001/2002) Canale Dieci si sia distinta per una posizione apertamente contraria al proprio editore, circostanza direi non proprio frequente nel mondo dei media.
In quei mesi feci da paracadute a tutta la redazione, prendendo ogni settinana una telefonata rabbiosa di Luna e Cardini (a proposito, dove sono finiti? Il mondo avverte la loro mancanza…), ma è una scelta che ripeterei ancora oggi.
In conclusione, per come si era arrivati, questa vendita di Canale Dieci può essere un ottimo inizio: con le persone giuste al posto giusto e con una rinnovata voglia di fare.

Ragazzi, basta con la politica, diamoci una tregua.
Credo di aver mantenuto la promessa di affrontare nel Pentasport il discorso sulle infiltrazioni di elementi di estrema destra nella curva Fiesole.
Credo alla buonafede di Sartoni e Brazzini e se qualcuno di voi non è d’accordo io rispetto la vostra opinione, ma ora basta, davvero.
Se dobbiamo parlare di politica, e mi andrà pure tra qualche giorno, quando ci saremo un po’ tutti disintossicati, almeno facciamolo a livelli appena appena un po’ più alti.
Vigiliamo su quello che accadrà domenica, senza isterismi e pensando alla Fiorentina per il tempo della partita.
P.S. Non mi sono evidentemente spiegato bene: basta parlare di politica e di problemi (che la politica detto per inciso dovrebbe risolvere) per la vicenda Livorno-Fiorentina, rottura del patto di non belligeranza ecc.
Su tutto il resto ci confrontiamo, come sempre

Mi arrendo alla schiacciante maggioranza di voi che non è d’accordo sulla mia idea di accomunare fiorentini e livornesi, ma concedetemi almeno l’onore delle armi.
Il mio orizzonte non partiva dallo stadio di calcio e non si fermava certo al pallone.
Senza voler scomodare la Storia ed i Medici, mi è sempre sembrato che tra un fiorentino ed un livornese ci fosse un’empatia immediata, un terreno comune su cui confrontarsi e magari anche prendersi in giro.
Evidentemente la pensate in modo diverso e amen.
La mia convinzione è però che proprio il pallone abbia avvelenato certe vostre analisi e comunque è un fatto certo che ieri le due tifoserie abbiano definitivamente rotto i rapporti tra loro.
A proposito di tifosi, mi arrivano preoccupanti segnalazioni su infiltraggi di elementi di estrema destra all’interno della curva.
Mi auguro che non sia vero (la preoccupazione sarebbe la stessa se le segnalazioni riguardassero i seguaci di Fidel Castro…) e mi fido quindi di quei capi della curva che conosco e che parlano a Radio Blu, anche se alcuni di voi su quest’ultimo argomento non sono d’accordo.
Vedere i saluti romani in Fiesole sarebbe veramente sconsolante e deludente…
Una proposta: da domani torniamo a parlare per almeno un paio di giorni di calcio?

E’ imbarazzante non essere d’accordo una volta tanto con una delle persone che maggiormente stimo, dentro e fuori la professione: Manuela Righini.
Imbarazzante e faticoso perché la statura morale e l’intelligenza della mia interlocutrice mi impone una riflessione ancora più approfondita sulla querelle andata in onda ieri sera a Golden Gol.
Per chi avesse avuto cose più interessanti e divertenti da fare, e mi auguro che siate stati in tanti, riepilogo: Manuela è convinta che lo striscione della Fiesole sulla curva senza colorazione politica sia stato un errore, una forma di qualunquismo, perché in questo modo si equipara i vergognosi e infamanti striscioni di Roma con i vessilli inneggianti al Che Guevara di Livorno.
Vessilli che appartengono ad uno schieramento che si pone all’interno del nostro arco costituzionale.
Il discorso lo avevo iniziato io, plaudendo invece all’apoliticità della tifoseria viola, anche perché quello striscione allo stadio mi era piaciuto subito, soprattutto sapendo dei tentativi di infiltrazione in curva di alcuni estremisti di destra.
Insomma, ero e sono soddisfatto del fatto che lo zoccolo duro del tifo non si fosse prestato ad alcuna strumentalizzazione e non avesse permesso il filtrare di ideologie di nessun genere.
Ora, a freddo, confermo che è stato un buon messaggio, pur non sognandomi nemmeno lontanamente di equiparare i nazi-fascisti di Roma con le Bal di Livorno.
Ma siccome a me non piace neanche vedere allo stadio le bandiere dell’Unione Sovietica (sui cosiddetti messaggi politici avrei fatto un’eccezione solo per le bandiere della pace, prima e durante la guerra in Iraq), resto convinto che tenere la Fiesole e la Ferrovia fuori da ogni disputa ideologica sia un fatto positivo.
Alla partita si va o si dovrebbe andare solo per soffrire e gioire per la propria squadra: se lo imparassero pure le altre tifoserie (compresi i gemellati di Verona, così tendenti al nero…), avremmo certamente meno accoltellati e più famiglie allo stadio.

La prima volta che Diego Della Valle partecipò ad una riunione con i presidenti di A e B rimase senza parole.
“Sembra un suk arabo”, disse, e a vederlo oggi il suo giudizio appare fin troppo lusinghiero.
Ora io mi chiedo di che diavolo parleranno mai questi venti, trenta signori con i conti correnti milionari, che in teoria dovrebbero passare una buona mezza giornata a discutere su come raddrizzare le sorti del nostro calcio.
Vengono trattati dai media come se fossero dei Capi di Stato.
Arrivano in Lega o in Federcalcio seguiti o preceduti da codazzi di giornalisti, che aspettano la battutina pungente di Moggi o l’ultimo estratto del Cellino-pensiero (pensa te che spremuta deve venir fuori…).
Poi tutti lì ad aspettare, nemmeno si trattasse delle consultazioni per la formazione del nuovo Governo e quindi via di nuovo con la cerimonia dell’intervista al volo appena la pen(s)osa riunione si è conclusa.
Peccato però che Spinelli, Garrone e Zamparini non siano certo Fini, D’Alema e Casini.
E se è vero che Galliani ha qualcosa che ora mi sfugge che lo accomuna a Berlusconi, è altrettanto certo che tra Carraro e Ciampi passa la stessa differenza che esiste nello scrivere tra me e Moravia (per i pochi che avessero dei dubbi, io sono Carraro e Moravia è Ciampi…).
Eppure eccoci là, ad inseguire l’osso della dichiarazione scontata, della convergenza parallela (per i più giovani questa espressione è stata davvero usata da Aldo Moro negli anni della Democrazia Cristiana) tra il Consorzio Italia e le tre che si mangiano tutto.
Ma dentro quelle stanze quale sarà l’atmosfera?
Possibile che stiano ore a parlare e non arrivino mai a niente?
Mi sbaglierò, però tanti anni di frequentazione con questi giganti del pensiero mi induce ad immaginare scenari da circolo maschile di seconda categoria.
Si discute per davvero per un’ora e poi via ai soliti argomenti: donne, motori, cazzeggi vari.
Sarà un caso, ma lì in mezzo non c’è mai stata una signora che con il senso pratico tipico dell’universo femminile farebbe molto più in fretta a rimettere ordine nei conti disastrati di un mondo che va a rotoli.
E’ dura ammetterlo per noi maschietti, ma perfino una Letizia Moratti qualsiasi avrebbe fatto meno danni della trimurti Galliani-Giraudo- Carraro.

Volevano far scoppiare il caso e ci sono riusciti.
Ormai dobbiamo abituarci a considerare l’Olimpico una zona franca, dove può succedere di tutto: far sospendere le partite, inneggiare al nazismo, uscire impuniti.
Non sono ne’ sorpreso, ne’ sgomento, ma nauseato da questi dementi che sono tanti, troppi per pensare a semplici schegge impazzite.
Ci vuole una risposta forte, non possiamo più stare a guardare, la nostra libertà va difesa.
Questi non sono come noi, questi odiano ebrei, zingari, negri, extra-comunitari, testimoni di Geova, gli omosessuali, le donne che vogliono l’uguaglianza; questi odiano tutte le minoranze possibili ed immaginabili.
Ma tutte queste minoranze sono alla fine la maggioranza del Paese, siamo noi che abbiamo sì il sedere nella nutella, ma che forse possediamo ancora qualche neurone nel cervello per pensare che la libertà di cui godiamo da sessanta anni non ce l’ha regalata nessuno.
La stessa libertà di cui si oggi si approfittano le bestie da stadio è lastricata dal sangue di chi (americano, inglese, russo, italiano) ha combattuto per farci vivere al sicuro.
Retorico?
Sì, oggi sono volutamente retorico, perché credo che si sia davvero passato il segno.
O ci armiamo intellettualmente e con la certezza e l’applicazione delle pene, o questi bastardi ci schiacceranno.

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