Un babbo oggi
Cosa vuol dire essere padri nel 2026?
Nel giorno che l’era consumistica consacra al nostro ruolo di genitore metto sul piatto un tema non calcistico (della Fiorentina parleremo domani, speriamo a qualificazione ottenuta) che riguarda un po’ tutti noi, mamme e figli compresi
In questi ultimi undici anni di discese ardite di risalite, di grandi errori di valutazione dovuti al dolore per il distacco fisico dai miei figli, qualcosa forse alla fine ho capito, prendendo per buona una frase di Alessandro Bergonzoni, molto sottovalutato, che parlava di genitori come uccelli in volo, che osservano dall’alto e sono pronti a scendere in picchiata in soccorso dei propri pargoli
E’ chiaro che il sistema funziona solo dall’adolescenza in poi, ma chissà davvero quando finisce questa eterna fase della vita che ancora mi sorprende se paragono la struttura mentale dei ragazzi di oggi alla nostra cinquant’anni fa, ma poi mi dico che lo stesso (forse) dovevano pensare i nostri genitori
Bisogna essere molto pazienti e anche parecchio maturi per immaginare un altro essere umano che conti più di noi, anche perché i babbi non sono muniti di quell’amore incondizionato regalato dalla natura a chi ha portato i figli in grembo per nove mesi e poi li ha partoriti
Si ragiona ovviamente per sommi capi, ogni nostra storia ha risvolti personali diversi e comunque a me piace difendere l’idea che in qualche modo il padre (babbo per noi) rappresenti in qualche modo la regola e l’esempio da dare
E quindi se sbagliamo, cosa che a me è accaduta parecchie volte, lo facciamo due volte e non rimane che stare attenti e riprovarci con più testa e più cuore

















