…non la mettiamo mai dentro.

Non so cosa abbia Simeone, ma davvero la situazione sta diventando molto preoccupante.

Cambiarlo con Thoreau non mi è sembrata una grande idea, ma ormai giochiamo con la consapevolezza di essere sterili.

Non è solo colpa sua, ovviamente, ma il quinto pareggio consecutivo in una partita che avremmo meritato ampiamente di vincere, ci trascina verso una mediocrità che non meritiamo e che potremmo ribaltare solo sabato prossimo alle 18, ma sarà molto più di un’impresa.

Da Donatella Colasanti, la ragazza che nel 1975 sopravvisse al massacro del Circeo, ad oggi ho già scritto diverse volte di donne e di femminicidi e ora ne ho sinceramente poca voglia.

Fiumi di parole per essere più a meno allo stesso punto, in attesa di ascoltare o leggere con desolazione o rabbia della prossima pazzia, del prossimo atto vile e violento.

Preferisco riflettere sui miei rapporti con loro, su dove ho sbagliato e dove sbaglio.

E pensare in silenzio a tutte le madri, mogli, sorelle e figlie che oggi non possono celebrare la giornata dedicata a loro che però, per colpa di una mano maschile, non non ci sono più.

Bisogna insistere su Pjaca e ovviamente Simeone, non vedo alternative.

In questo momento non sono il massimo, ma certamente rimangono più affidabili di Vlahovic, Eysseric e Mirallas, per tacere dello scomparso Thereau.

Il livello tecnico dei due rimane certamente non inferiore alle aspettative viola, che sono da sesto, settimo posto, poi toccherà ai protagonisti darsi una mossa.

Nel loro e nel nostro interesse.

C’è nell’aria parecchia paura per la trasferta di Bologna, qualcosa di inspiegabile tecnicamente e che si comprende solo se si ripensa alle quattro rimonte subite nell’ultimo mese.

Bisognerà essere arrabbiati, cattivi agonisticamente, non nervosi.

E qui davvero deve venire fuori il lavoro di Pioli, perché il voltaggio di uno spogliatoio dipende in gran parte dal proprio allenatore.

Non è colpa del tecnico se un giocatore strapagato sbaglia un gol fatto, ma sulla testa dei giocatori il suo lavoro incide moltissimo e nella gara che precede la partita della partite bisognerà non sbagliare una mossa sul piano psicologico.

La formazione, in questo contesto, è quasi un dettaglio perché siamo superiori al Bologna e abbiamo l’obbligo di giocare per vincere.

Mi trovo in una fase della vita in cui spesso pubblicamente raccolgo più di quanto semini ed avendo pedalato per decenni a testa bassa provo pure un leggero imbarazzo.

Ultimo esempio, il Tribute Band splendidamente organizzato venerdì sera da Paolo Boccia, che sul palco insieme a Giorgia Palmas mi saluta e invita le migliaia di spettatori presenti a tributarmi un inaspettato applauso che mi regala orgoglio e soddisfazione.

Ma non avevo fatto niente, se non essere lì!

E allora ancora una volta mi è venuto da pensare a come sarebbe stata la mia vita senza la Fiorentina, amore puro dell’infanzia e dell’adolescenza, poi diventato strumento di lavoro.

Devo moltissimo a lei: mi ha regalato una fama che non saprei dire quanto meritata e che spero senza falsa modestia di meritare con la mia disponibilità e negli incontri quotidiani con sconosciuti che mi salutano e mi chiedono della viola.

La mia massima aspirazione negli anni duri e lunghi delle porte sbattute in faccia era essere assunto a La Nazione e scrivere di qualsiasi cosa, altro che popolarità. Mi bastava la firma, traguardo per me fantastico, tanto che il grande Sandro Picchi, che mi ebbe come borsista proprio a La Nazione, disse che avrei firmato anche le lettere anonime e non è che avesse torto…

Sarei un bugiardo se dicessi che tutto questo non mi fa piacere, ma ho sempre avuto ben chiaro in testa che è qualcosa che può finire da un momento all’altro.

La chiamo “sindrome da Pippo Baudo”, nel senso che bisogna essere ben preparati a quando le luci della ribalta si spengono o non si è più in grado di andare in onda, altrimenti si entra in depressione.

E comunque, davvero: grazie Fiorentina.

Ormai ci sono degli evergreen  nel commentare la Fiorentina di cui non è possibile fare a meno.

Uno tra i più gettonati riguarda l’assenza dei Dalle Valle: spariti, volatilizzati, dispersi nelle Marche.

Ovviamente se avessimo vinto a Frosinone e contro il Cagliari qualche settimana fa Diego e Andrea potevano starsene a Casette d’Ete a giocare a tresette senza che nessuno alzasse un dito sul computer o desse fiato alle trombe.

Sinceramente non ho capito bene cosa dovrebbe fare Andrea (Diego è fuori concorso da anni)?

Abbiamo pareggiato quattro partite di seguito e va bene, ma non è che siamo precipitati in zona retrocessione, siamo sempre lì, anche se col morale più basso e poca vglia di sognare.

E quindi cosa avrebbe dovuto dire Della Valle? E quando?

E se per caso prendesse il posto di Pioli e parlasse ad ogni vigilia senza dare la formazione avremmo qualche punto in più in classifica?

Comunque sia: non ci sono più le mezze stagioni, Venezia è bellissima, ma non ci vivrei, le generazioni di oggi sono peggio di quelle di ieri e…i Della Valle sono spariti.

Il giornalista pubblicista Lugi Di Maio e il percettore di un discretto reddito da quotidiano (leggi alla voce Il Fatto) Alessandro Di Battista hanno perso un’ottima occasione per attaccare la categoria alla quale appartengo da 38 anni e che spesso non ho sopportato per via quell’aria da illuminati di sinistra, quel senso di superiorità che spesso circonda noi pennivendoli.

Potevano argomentare in modo diverso i motivi della vertiginosa caduta nella considerazione generale di un ordine professionale che racchiude sotto la stesso tetto chi realizza reportage coraggiosi rischiando la pelle e chi fruga tra le lenzuola di Belen.

Non mi pare proprio che nel raccontare le avventure e disavventure di Vriginia Raggi sia stato usato un metro diverso rispetto al bunga bunga di Berlusconi o ai coloriti colloqui tra Renzi padre e Renzi figlio.

C’è poi questa odiosa abitudine di mettere tutti sullo stesso piano, come se il mestiere di giornalista non fosse per la sua stessa natura qualcosa di molto personale, in cui ognuno dovrebbe prendersi le proprie responsabilità.

Tutti noi abbiamo un padrone, che sia un partito (trovo penoso il finanziamento pubblico ai giornali)  o un industriale, le anime belle mi fanno ridere.

Nel mio caso sono i padroni gli inserzionisti pubblicitari, un mondo variegato che mi consente molta più libertà rispetto alla stragrande maggioranza dei colleghi, ma è chiaro che se per una scelta di cuore cominciassi a parlare dei problemi degli impianti sportivi fiorentini invece che della mancata intesa tra Chiesa e Simeone l’audience calerebbe, gli sponsor mi saluterebbero e io dovrei chiudere il Pentasport.

Per quanto riguarda l’essere puttane, dipende dall’inclinazione personale, come in tutti i campi della vita.

Nel nostro mestiere c’è quello o quella che soffre nel vivere una certa situazione e quello e quella che s’offre, pur di avere uno scatto di carriera o una firma in più.

Però succede ovunque, non solo dalle nostre parti.

Se tre indizi fanno una prova, quattro diventano una quasi certezza: qui c’è un problema di testa.

Non si possono subire quattro rimonte consecutive, di cui tre con Frosinone, Cagliari e Torino, non Juve, Napoli e Inter.

Mancano dei rilievi statistici, ma siamo ad un piccolo record viola di cui avremmo fatto volentieri a meno.

La storia è più o meno la stessa: sbagliamo il colpo del due a zero e gli altri pareggiano, normale no?

Questa sosta è piuttosto avvelenata, ci siamo involuti sul piano del gioco e domani sera possiamo essere decimi.

Ci affidiamo sempre e comunque a Chiesa, mentre Gerson e Pjaca non inventano e nemmeno si dannano l’anima.

E Simeone? Uno spunto in 85 minuti, più la rabbia (con se stesso, immagino) per una situazione che sta diventando cronica.

Il primo acquisto di gennaio deve essere per forza un attaccante che dia garanzie, in appoggio o in sostituzione del Cholito.

Ero molto perplesso quando ho letto che Francesco Guccini aveva accettato il pressing di Vecchioni e quindi cantato insieme a lui in “Ti insegnerò a volare”.

Pur essendo molto dispiaciuto per il suo addio alla musica ormai vecchio di  sei anni, mi piaceva tantissimo il suo andarsene prima che lo chiedessero gli altri: una lezione di vita che ho sempre apprezzato e che sto cercando di applicare al mio lavoro.

Quell’accettazione mi era quindi sembrata una debolezza del grande Francesco, pur avendo riso nel racconto di Vecchioni che spiegava quanto fosse complicato farsi dire di sì.

Poi ho cercato il brano su Youtube e mi sono lasciato andare: bellissimo.

E sentirlo cantare ha fatto vibrare dentro di me qualcosa che assomiglia tantissimo all’emozione.

Cercatelo e ascoltatelo, non solo lui, ma anche Vecchioni, altro esempio di come mi piacerebbe arrivare a 75 anni.

Con questa storia del settimo posto rischiamo di afflosciarci sotto tutti i punti di vista.

Il primo a sbagliare fu in estate Andrea Della Valle, perché il presidente (o proprietario, ma cambia poco) di una squadra come la Fiorentina ha il diritto-dovere di puntare in alto, di essere più visionario dei suoi colonnelli. Sono certo che oggi non direbbe più la stessa cosa.

Quella dichiarazione, insieme ovviamente ad un mercato non certo da squadra che lotta per lo scudetto, ha lasciato nell’aria un profumo impegatizio che non mi piace per niente.

Come dire: si va bene, abbiamo pareggiato tre partite in cui ci hanno sempre rimontato, ma in fondo siamo ottavi, mica troppo lontani dall’Europa e dall’ormai mitico settimo posto…

Non è che si debba fare la rivoluzione perché non si vince da settembre, ma mi piacerebbe sradicare questa patina di grigiore che sembra avvolgerci un po’ tutti e che ci rende emotivamente sterili quasi come l’attacco viola.

La partita di Frosinone sembra fatta apposta per farci uscire da questa mediocrità psicologica, però bisogna sfruttare l’occasione.

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