Non vale il trionfo di Torino, ma è molto vicino a quel successo perché insperato come a dicembre e ancora più importante per la classifica.

Magnifica Fiorentina, compatta e cattiva contro chi ci aveva sottovalutato con qualche buon motivo vista la gara di Bologna.

E invece abbino tirato fuori dal cilindro il più bel coniglio possibile giocando per per 97 minuti con la grinta di chi lotta per non retrocedere ma con giocatori di livello superiore a quello di chi sta per andare in B.

Troppo facile ora parlare di Vlahovic, chi ha sbagliato giudizio ne prenda atto senza regolamenti di conti, siamo tutti della stessa parrocchia, quella viola.

Ora che siamo salvi comincia il futuro, che al di là del godimento post Lazio, dovrà essere profondamente diverso dal recente passato.

Qui fra gli ultimi tre anni disastrosi, le furiose battaglie per lo stadio, la divisione tra giornalisti buoni e quelli cattivi, il discutere su tutto e su tutti,  ho l’impressione che si sia perso il nocciolo fondamentale che ci ha fatto amare il calcio e la squadra per cui godiamo o ci arrabbiamo.

Parlo del senso di appartenenza, quell’istinto primordiale che ha ben poche spiegazioni logiche e che si chiama passione.

Passione pura, senza sovrastrutture ideologiche o guerre per bande, come invece accade da anni.

Il pallino è in mano a Rocco: sta a lui decidere quale direzione far prendere alla Fiorentina e non parlo solo di questioni tecniche, che sono comunque le più importanti.

“Noi siamo la Fiorentina” è uno slogan della Fiesole e per una volta faccio copia e incolla.

Sì, noi siamo quelli che, nel mio caso, piangevano a 7 anni perché gli avevano venduto Hamrin, che ancora ricordano il viale soleggiato e tristissimo di Cagliari alle 19 del 16 maggio 1982, che sono orgogliosi di ciò che è stata la Fiorentina fino al 2018, con i suoi alti (parecchi) e bassi (troppi per i miei gusti, ma inferiori alle soddisfazioni).

C’è una grande storia dietro all’odierna mediocrità e bisognerà ricordarsene tutti.

Se al posto di Rocco Commisso, Joe Barone e Daniele Pradé ci fossero Diego Della Valle, Mario Cognigni e Pntaleo Corvino come vivrebbe il popolo viola questi mesi?

Come avrebbe reagito al secondo anno consecutivo di stenti? Quante contestazioni ci sarebbero state?

La differenza fondamentale è racchiusa in un solo nome: Rocco Commisso, che molto avrà sbagliato, ma che tanto ci ha messo del suo, sia in termini economici che di partecipazione in prima persona. E che sembra estremamente determinato a far girare in modo diverso la ruota calcistica fiorentina.

Se la situazione non è ancora deflagrata è solo per la fiducia di in questo signore entusiasta, passato in meno di due anni da uomo dei sogni a gestore di situazioni estremamente delicate.

A lui vanno indirizzate le richieste niente affatto negoziabili e che condivido in pieno dei tifosi ai giocatori prima della Juve: “salvateci e salvatevi, poi non vi vogliamo più vedere”.

Ecco, speriamo che Rocco Commisso, sempre molto sensibile agli umori popolari, li accontenti, operando una rivoluzione che come avrebbe detto il grande Mario Ciuffi non è necessaria, ma indispensabile.

Ne sentivamo davvero la mancanza: gli insopportabili intellettuali di sinistra, i radical-chic che sorseggiando annoiati un caffè ci regalano la loro illuminata opinione su tutto, compreso naturalmente l’arresto dei pregiudicati (e condannati)  di Parigi.

Da Valeria Bruni Tedeschi, già straordinaria sostenitrice a suo tempo di Cesare Battisti, a Godard, eccoli lì, in prima fila, a chiedere che Macron liberi chi si è macchiato di delitti orrendi negli anni settanta.

La motivazione? Non la pensano più allo stesso modo, hanno deposto le armi. E il fatto che negli ultimi quarant’anni non abbiano fatto neanche un giorno di galera è un dettaglio secondario.

Con lo stresso principio non si capisce perché sia stata data la caccia ai criminali nazisti scappati in Sudamerica: perché affannarsi tanto? Bastava accertarsi che non la pensassero più allo stesso modo e vivevamo tutti più tranquilli.

 

Per me è un assurdo che il Franchi sia un monumento nazionale, perché in 44 anni di frequentazione assidua e professionale non ho mai visto qualcuno che sia venuto a vederlo come opera d’arte. E su questo ha perfettamente ragione la Fiorentina.

Se fosse dipeso da me, avrei dato le chiavi del Franchi a Commisso e gli avrei consentito di rifarlo come meglio gli piaceva, con annesso investimento per l’impianto e concordati spazi commerciali.

Mi sarebbe andato benissimo anche lo stadio a Campi, con le stesse modalità.
Non ho però ancora capito se deve cedere prima Commisso, presentando un Piano di fattibilità che costa qualche milione o devono cedere le istituzioni, rinunciando al suddetto piano ed indicando a Commisso cosa può e non può fare.

I 95 milioni per il Franchi sono inseriti nel filone cultura, non potrebbero quindi essere utilizzati per riqualificare, tanto per dire, zone della città depresse o per aiutare che non mette insieme il pranzo con la cena.

Che quei soldi siano impiegati per fare del Franchi uno stadio molto migliore o che vengano utilizzati per restaurare biblioteche o mettere a posto il Flaminio, quei 95 milioni sono in parte minore a fondo perduto e in misura maggiore vanno resi all’Europa.

Poiché sullo stadio siamo nella terra di nessuno, e lo saremo per chissà quanto, io preferisco avere quei soldi e rifare il Franchi per rendere più comoda la vita dei tifosi e avere uno stadio più degno della città di Firenze.

E, credetemi, avrei scritto esattamente le stesse cose se il sindaco di Firenze fosse Giovanni Galli e Presidente della Regione Susanna Ceccardi.

Hanno giocato la gara che chiedevamo tutti, come se il pubblico fosse stato lì, al Franchi, come se fosse il solito Fiorentina-Juventus.

Il pareggio è giusto, anche se noi vediamo soprattutto la nostra parte, ma negli ultimi venti minuti eravamo senza energie e i cambi hanno ovviamente agevolato la loro ricchezza.

Abbiamo ritrovato, si spera a lungo, Amrabat, che è stato il migliore in campo ed inversamente proporzionale a Ronaldo, il peggiore: vedi il calcio che scherzi ti combina, altro che Superlega.

Un pareggio robusto, che ci aiuta anche con la classifica e che mi fa smettere di cercare (almeno per il l’omento) luoghi lontani dove scappare in caso di tragica retrocessione…

Sono stato spesso critico negli ultimi tempi sulla strategia comunicativa della Fiorentina perché ritengo che una grande società si debba preoccupare il meno possibile delle critiche e volare più alto, evitando polemiche da cortile che poco tolgono e soprattutto poco aggiungono.

Stavolta però sottoscrivo ogni parola di Rocco Commisso a proposito della Superlega, un agglomerato di superbia, presunzione e ingiustizia che rimarrà coomunque nella storia per la colossale pessima figura dei protagonisti.

Il presidente viola ha detto le cose giuste e nel modo autorevole che deve essere proprio di un signore che per quello che ha fatto nella vita può guardare può tranquillamente guardare dall’alto in basso tutti  i suoi colleghi, Andrea Agnelli e figli di magnati cinesi compresi.

Solo Berlusconi, se fosse ancora al Milan, potrebbe raccontare di aver costruito di più partendo da zero o poco più, gli altri proprio no.

E adesso vediamo come andrà in tribuna con Nedved: un thé nell’intervallo? 

Meglio di no, meglio non curarsi di lui, guardare e passare.  

Vittoria abbastanza sofferta, ottenuta con quella forza di volontà che tante volte è mancata alla squadra.

Nessuno ha fatto una partita eccezionale, ma nessuno è stato al di sotto della sufficienza, e questo è già un ottimo risultato, soprattutto se paragonato a certi picchi verso il basso delle precedenti partite.

Tre punti di un’importanza eccezionale, che ci aiutano ad essere meno pessimisti e a me di tirare un bel respiro di sollievo viste le mia reiterate affermazioni di grande tranquillità a proposito della nostra salvezza.

Nessun rilassamento, ovviamente, ma esiste la consapevolezza che ci sono diverse squadre che stanno peggio di noi, come organico e classifica.

La serata si è conclusa con una soddisfazione pari a quella della vittoria di Verona: la più colossale figuraccia di chi pensava di portarci via il pallone per andare a giocare da un’altra una partita per conto proprio.

Splendida l’intervista di Andrea Agnelli su Repubblica (di proprietà del cugino): lungimirante ed illuminante. 

Perché siamo crollati verticalmente dopo un ottimo primo tempo?

Perché sostituire i due migliori, Bonaventura e Castrovilli, con un gentiluomo spagnolo di passaggio a Firenze e un giocatore che senza Prandelli sta tornando ad essere Eysseric?

Perché far capire alla vigilia della gara di Reggio Emilia che nei mesi scorsi la squadra era calata fisicamente con chiaro e non richiesto riferimento a Prandelli?

Perché far partire un ritiro che non può che essere punitivo il giorno dopo il disastro di ieri e non invece caricarli tutti sul pullman per scaricarli in un qualsiasi albergo fiorentino, se proprio (ma non credo) Villa Olmi non era disponibile?

Che senso ha il silenzio stampa? Di solito è contro qualcosa, ma dato per assodato che il 99% dei giornalisti, compreso il sottoscritto, sono quanto di peggio ci sia al mondo, forse i pennivendoli e gli scribacchini c’entrano poco con il niente cosmico a cui assistiamo da inizio stagione.

E i tifosi, e più in generale il popolo viola, non avrebbero diritto di sapere cosa pensano Commisso, Iachini e Pradè della gara col Sassuolo e della situazione generale? Magari anche attraverso le veline (intese come mezzo di comunicazione e non giornaliste, meglio essere chiari) societarie o anche con le domande dirette dei tifosi, come avviene da mesi.

Si attendono, inutilmente, risposte.

P.S. Prossimamente tornerò sull’infuocato tema dei giornalisti, ma una precisazione la devo fare perché c’è un grande equivoco.

Per la produzione radiofonica del Pentasport il silenzio stampa conta zero, non è quindi un torto a noi se tutti tacciono. Tanto che da tempo, tranne rarissime eccezioni, non mandiamo mai in onda le interviste pre confezionate del sito della Fiorentina.

Il mio discorso riguardava il fatto di spiegare al popolo viola come mai si è perso in questo modo, ma se a tanti di voi va bene così, mi adeguo senza problemi.

Mi chiama Leonardo Petri, uno di quelli che ho messo giornalisticamente al mondo (in collaborazione con Saverio) e mi chiede di partecipare ad una diretta con lui e Andrea Vignolini su Facebook.

Ora: io non ho Facebook, non ho Instagram, non ho Twitter, non ho Tik Tok, non ho niente e vivo molto bene lo stesso, ignorando pure che ci fossero le dirette su Facebook.

La proposta mi è sembrata talmente folle…che ho accettato e più o meno alle 21, se mi riesce, mi collegherò da casa Guetta.

So bene il ruolo dei padroni di casa a Lady Radio, ma qui la radiofonia non c’entra niente, mi dicono che siano piuttosto avvelenati con la proprietà e qui ci confronteremo perché la penso in altro modo.

Alla mia età, con 44 anni di radio alle spalle, mi posso prendere tutte le libertà che voglio e divertirmi a sparigliare le carte.

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