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Un secondo tempo ingiustificabile, sotto ogni punto di vista. Abbiamo rischiato grosso e siamo stati anche fortunati.

Non può essere un problema fisico e tanto meno tecnico, non rimane quindi che la testa, che sia un fatto di concentrazione o altro.

E qui ovviamente entra in gioco il tecnico, che sta provando a sistemare le cose, che arriva da due successi risicati, ma che fatica a convincere il popolo viola e su questo argomento vado giù molto leggero.

Comunque sia, turiamoci il naso per seconda volta in tre giorni, prendiamoci ciò che più conta nel calcio, cioè la vittoria, e speriamo che qualcosa in più si veda a Roma, dove potremo (forse) giocare di rimessa senza avere l’onere di impostare la manovra. 

Quanto è facile essere solidali e illuminati con la pancia piena, uno stipendio sicuro, la casa di proprietà e qualche soldo da parte?

Ora che però tutto sembra scricchiolare come se ci stessimo preparando alla slavina, in quanti conserveranno  quell’atteggiamento buonista che ho sempre sopportato a fatica e che ogni volta fa dire la cosa giusta al momento giusto?

Siamo contro chi taglia gli alberi in Amazzonia, dalla parte delle donne che trent’anni dopo denunciano molestie, assolutamente favorevoli ai diritti degli ultimi, a patto però che non ci passino avanti: basta e avanza se rimangono penultimi, noi dobbiamo stare davanti.

Per non parlare dei gay, dei neri e degli ebrei: noi (voi) ci schieriamo al loro fianco in ogni loro battaglia, qualcuno ha dei dubbi?

Ma… anche adesso che il mondo sembra annunciare nuove albe sempre più nere?

Siamo disposti a rinunciare davvero a qualcosa di nostro, che sia qualcosa di concreto, di economico o anche la semplice limitazione nel muoversi.

Conte si affida al senso di responsabilità degli italiani e a me viene in mente, appunto, l’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, perché tutti hanno (abbiamo) un valido motivo per spostarsi.

La nonna, il fidanzato/a, un amico/a che non vedo da anni, portare il regalo per il bambino appena nato alla coppia di amici che abita a trenta chilometri.

E tutto ci sembra non solo credibile, ma addirittura dovuto: libera, libera, libera.

Libera nos domine. 

Erano importanti, direi fondamentali, i tre punti e quindi bisogna accontentarsi, ma sembra di essere il giorno dopo una sconfitta.

Prendere e portare  a casa, turandosi il naso per il gioco, esattamente come facevano quelli che per trent’anni hanno votato Democrazia Cristiana, pur non essendo convinti del tutto, e anche meno.

Il gioco? Lasciamo perdere.

Viviamo su spunti estemporanei, qualcosa si vede sulle corsie laterali, dove per fortuna Biraghi sembra un altro giocatore e anche Lirola parte sempre fortissimo.

Gli attaccanti? Per ora latitano, non facendo nemmeno il minimo sindacale, cioè difendere il pallone per far salire la squadra.

Poi, Castrovilli. Meno brillante dell’anno scorso, ma decisivo, quindi fondamentale per tutti.

Stiamo cuocendo Iachini a fuoco lento, con punte di maleducazione che proprio non merita, vedi le prese di giro per l’atteggiamento in panchina.

Mi sbaglierò, e mi auguro fortemente di sbagliare, ma questo è un film che ho visto decine di volte, a Firenze e non solo.

La difesa dell’allenatore di martedì era un atto dovuto, ma lì ci siamo fermati e io ho come l’impressione che, al di là del forte scetticismo dei tifosi, Beppe sia debole all’interno dello spogliatoio.

Non perché qualcuno gli giochi contro, ma più semplicemente perché ormai credono poco o quello che dice.

L’unica cosa che avrebbe potuto rovesciare quella che, lo ripeto, è una mia semplice impressione, sarebbe stato un Commisso stile Berlusconi nel settembre 1987: “fate e pensate quello che volete, ma questo resterà a lungo l’allenatore del Milan, quindi adeguatevi”.

Impossibile però pensare ad una cosa del genere adesso, a Firenze, e quindi avanti così: andamento lento, sperando che i risultati spazzino vi quest’aria davvero poco piacevole .

Tra i molti modi di pareggiare una partita, la Fiorentina ha scelto il peggiore. Come contro la Sampdoria, gioca venti minuti e poi si ferma, non si sa perché.

Non lo sa Iachini, che è l’aspetto più grave, e non lo sanno Commisso, Barone e Pradè, che paiono smarriti di fronte al naufragio di Cesena; che si fa adesso?

Ci sono rendimenti sconcertanti rispetto alle aspettative: Cáceres, Castrovilli, Vlahovic prima di tutto, ma anche Ribery e Bonaventura sono sotto la sufficienza e alla fine si sono salvati in pochissimi.

Ribadisco il quesito post Samp: tutta colpa di Iachini? Non direi, però certamente è “anche” colpa di Iachini, sul piano del gioco e della personalità.

Non ci siamo con la testa prima di tutto, perché non puoi essere in vantaggio di due reti dopo tre minuti contro chi è nettamente inferiore e poi farti rimontare, rischiando pure di perdere. Se succede, molte cose non funzionano nella mentalità della squadra.

Infine, le maglie. Vi piacciono? A me proprio per niente, ma se vincessimo sarebbero certamente più belle per tutti.

Mi succedeva in trasferta.

A Milano quasi sempre, a Roma qualche volta, a Napoli e spesso (non so perché, forse per via dello stadio diviso in piccoli palchi in sala stampa) a Bergamo: una quarantina di minuti prima di iniziare la radiocronaca, mi soffermavo sul percorso della mia vita, alle tante speranze che avevo di diventare giornalista ed ero molto soddisfatto della grandissima fortuna che avevo nel commentare la Fiorentina.

La stessa cosa mi è accaduta ieri verso le 14 nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio, ad un livello ancora più alto.

Stavo mettendo a punto gli ultimi dettagli per l’evento dedicato ad Alessandro Rialti, quando all’improvviso ho sentito il bisogno di sedermi sulla poltroncina predisposta sul palco.

Ho osservato rapito il Salone, ho pensato a dove eravamo, “alla storia che era passata per quei muri” e all’enorme onore che avevo per poter stare lì davanti ad un centinaio di persone con un microfono in mano e il pensiero è stato: “che grandissimo culo è stato per me essere nato a Firenze”.

Non me ne voglia chi non è nato nella mia città, ma davvero è difficile da comprendere quello che proviamo noi che abbiamo avuto questo privilegio, di cui ogni tanto ci approfittiamo fino a diventare quasi insolenti col prossimo.

Poi mi sono girato e già scorrevano le immagini di Alessandro con i grandi e meno grandi che abbiamo visto passare in viola negli ultimi quarant’anni e sorridendo mi sono detto: “che grandissimo culo è stato aver conosciuto ed essere diventato amico di Rialti”.

Per dieci minuti ho perso il controllo della situazione in diretta e mi è successo raramente in 43 anni di radio.

Anzi, ad essere sincero non ricordo quando sia accaduto, ma può darsi che sia avvenuto in decine di migliaia di ore di diretta.

Mi spiace e mi scuso con chi seguiva il Pentasport: non è stato professionale e non avrei dovuto farlo.

Il motivo è semplice: sono decenni che combatto per assicurare a tutti la massima libertà di espressione e personalmente ho negli ultimi tempi spiegato più volte alla proprietà viola (anche qui sul blog) come le critiche debbano essere accettate e a volte sopportate.

Non ho mai condizionato un opinionista e la permanenza nel Pentasport è sempre dipesa solo dalla “resa” che secondo me aveva nel programma e non dal fatto che piaccia o meno a chi possiede la Fiorentina, basta seguirci un giorno per verificare.

Solo io so quanto mi è costato tutto questo sotto ogni punto di vista e va benissimo così, altrimenti oggi farei altro e non sarei un’eccezione nel panorama giornalistico toscano in quanto editore di me stesso e degli altri dodici della redazione.

Per questo motivo l’improvvida battuta di Bernardo sull’essere schiavo di Commisso mi ha intasato la vena.

Lui alla fine era più dispiaciuto di quanto io fossi infuriato e vi assicuro che lo ero parecchio, penso abbia capito di essere andato oltre l’ironia.

Lascio a ognuno la libertà di pensare ciò che vuole sulle mie capacità professionali, ma chi mi tocca sull’integrità morale trova e troverà pane per i suoi denti.

E comunque ho sbagliato a reagire così in diretta.

Lo dobbiamo fare tutti.

Sono rimasto molto deluso dal comportamento di Federico ed Enrico Chiesa, ma nemmeno per l’anticamera del cervello mi è mai passato per la testa di insultarli. Meno che mai mi verrebbe in mente di prendermela con un ragazzino di 16 anni che pagherebbe la colpa di essere il fratello e il figlio del “traditore”, ma si sa l’imbecillità umana non ha limiti e sui social ancora di più.

Un passo indietro, mentalmente, lo dovrebbe fare anche Rocco Commisso, a cui dobbiamo molto perché non è scritto da nessuna parte che si trovi qualcuno disposto a pagare decine o addirittura centinaia di milioni di euro per non far affondare la Fiorentina. Le critiche però fanno parte del gioco, possono essere crude od ovattate e vanno prese nel modo giusto, senza farsi sangue cattivo.

In Italia il calcio è religione laica, se ne parla sempre e a Firenze ancora di più. Da queste parti due persone hanno tre opinioni diverse, qui è stato fischiato Batistuta (sì, dalla Maratona) e c’era qualcuno che aveva da ridire pure su Antognoni, figuriamoci se non si può mettere ai raggi x una squadra che ha tre punti dopo tre gare e nessun centravanti da doppia cifra sicura.

E magari diamoci una regolata pure noi, inguaribili brontoloni, innamorati persi della Fiorentina, magari contestiamo a giorni alterni, così almeno prendiamo un po’ di fiato.

Mancava solo che mettessero un contachilometri alla caviglia di Chiesa e lo pagassero un tanto a metri percorsi: un tot a lui e un tot alla Fiorentina.

Rifletto sui cambiamenti del calcio e vengo colto da grande tristezza.

Baggio, Bernardeschi e Chiesa: tutti e tre alla Juve a 23 anni, cioè nel fiore della carriera, ma quanta diversità nei loro addii.

Roberto lo fece di controvoglia, era sincero, anche se poi non ha retto e ha ceduto alle pressioni di tutti, dai Pontello a Montezemolo. Poteva essere più deciso, ma la sostanza era che lui alla Juve proprio non ci voleva andare.

Bernardeschi invece sì, e per non fare qualche giorno di ritiro si inventò un penoso mal di pancia, roba da scuola elementare quando non hai fatto i compiti a casa.

Chiesa è ancora peggio: pur di partire per Torino si stanno inventando formule da inserire certamente tra la finanza creativa evocata da Tremonti, senza contare che i soldi veri arriveranno solo tra due anni e saranno meno di quelli che Commisso voleva, ma pur di liberarsi del suo malcontento si è fatto di tutto per accontentarlo.

Baggio è nato calcisticamente nel Vicenza, Bernardeschi e Chiesa invece erano qui da quando avevano dieci anni: veramente un finale di partita penoso che ci saremmo volentieri risparmiati.

Ma sì, prendiamocela pure col tecnico: da cambiare subito, meglio se anche prima.

Colpa sua se Pezzella è out da venti giorni e non abbiamo un cambio all’altezza in difesa, se Chiesa e Castrovilli si prendono lunghe pause di riflessione tra una giocata e l’altra neanche fossero due fidanzati in crisi.

Colpa sua (come lo era di Montella) se i nostri giovani attaccanti fanno un gol ogni quattro clamorose occasioni davanti alla porta, se Caceres quest’anno dimostra davvero i suoi 33 anni suonati e se per settimane siamo stato tutti storditi da stadio, scavi e mercato.

Sì, lui è davvero scarso e noi invece siamo una società e una squadra fortissima, che solo le congiunzioni astrali e il PD al governo hanno bloccato nell’ascesa alla Champions o, se proprio va male, all’Europa Leagues.

Qui di europeo c’è solo la passione del popolo viola, come dimostrato dall’accompagnamento dei tifosi dall’albergo alla stadio.

E se lo dice uno che proprio niente ha a che vedere col facile populismo di chi vuol piacere a tutti…

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