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E dopo come sarà?

Come sarà il nostro dopoguerra?

Lo sto pensando in questi giorni pieni di ricordi tristi per quello che successe negli anni quaranta.

Storie strazianti, ma anche racconti di chi si è salvato/a non si sa come, portandosi dentro l’inestinguibile senso di colpa di avercela fatta mentre accanto a lui/lei la follia e la brutalità umana colpiva incessantemente, a ritmi industriali.

Penso a quei mesi dell’estate del 1945, al niente che avevano quasi tutti e all’incontenibile forza che sentivano dentro: la vita che rinasce, la gioia di esserci, il calore di un abbraccio, l’emozione di un bacio.

E nel 2021 (speriamo che sia nel 2021) come sarà?

Come torneremo ad abbracciarci, passando le giornale con i nostri normali affanni, che oggi ci sembrano così lontani e così lievi rispetto a quello che stiamo passando da quasi un anno?

Non saremo migliori, ormai ne sono sicuro, certamente saremo cambiati dentro e chissà per quanto ci ricorderemo di questo tempo così sospeso e pieno di angoscia.

P.S. Vorrei chiarire: non ho mai fatto paragoni tra gli orrori delle due guerre mondiali e la pandemia. Non esiste confronto e stiamo molto, ma molto meglio noi.

E’ lo spirito del tempo che mi interessa, cioè come vivremo il dopo, perché è indubbio che esiste un prima e in dopo e che mai negli ultimi 76 anni abbiamo vissuto quello che stiamo vivendo dal marzo 2020.

Spero di essere stato chiaro.

Abbiamo vinto meritatamente, con un po’ di tremore nel finale, ma con una sofferenza non eccessiva.

Siamo più forti del Crotone e si sapeva, il problema era dimostrarlo sul campo. Se poi pensiamo di aver risolto tutti i problemi saremmo fuori dal seminato, ma intanto ci siamo tolti un bel peso.

Belli i due gol e qualche altra azione a n contropiede, il nostro destina tattico quest’anno è giocare così, per la manovra è’ meglio rimandare a tempi migliori e con altri giocatori.

E a chi non riesce ad essere soddisfatto dopo una vittoria consiglio un rilassamento totale, perché si può criticare sempre e comunque, ma ogni tanto si può pure godere, no?

Non ricordo nulla di Kokorin e dunque non ho parametri per giudicarlo, in compenso sento già levarsi grida di dolore per il prossimo probabile arrivo dell’attaccante russo.

Non c’è niente da fare: cinque anni di triste carestia calcistica non ci hanno modificato di una virgola.

Abbiamo sempre il solito atteggiamento di supponenza e da incontentabili che ci ha sempre contraddistinto, più nel male che nel bene.

Non si adatta, i russi non sono buoni, è stato in galera (vero, ma c’entra qualcosa col giocare più o meno bene?), è vecchio (non ha ancora 30 anni) e alla fine il solito tormentone: se l’era bono mica veniva alla Fiorentina.

Tutti lì col fucile spianato, pronto a far partire il colpo e a me questo atteggiamento mi ha stufato da molto tempo.

Aspetto con curiosità, pronto a criticare o ad elogiare e senza preconcetti.

Bisogna dimenticare subito questo disastro facendo tesoro di quello che ci ha insegnato.

Ribery e Callejon non possono giocare insieme, poteva forse succedere nel 2011, non dieci anni dopo, e già uno è un mezzo lusso.

Un nuovo attaccante non è importante, ma, come avrebbe detto il grande Ciuffi, indispensabile.

Abbiamo asciugato la rosa con quattro cessioni pesanti, adesso con tutto l’organico disponibile portiamo due giovanissimi in panchina, più Montiel, che non si sa bene cosa abbia fatto di male dopo il gol di Udine.

Siamo entrati nella statistica mondiale perché raramente è successo a questi livelli di aver preso sei gol con sette tiri in porta, ma, appunto, è meglio rimuovere tutto per evitare altri contraccolpi psicologici pesanti.

Insomma, facciamo finta di non essere andati a Napoli.

Nessuno ha mai costretto Commisso a comprare la Fiorentina, allo stesso modo Commisso non è costretto a tenere la società.

Sono molto preoccupato dal precipitare della situazione, uno scenario peraltro prevedibile in cui si sono infilati persone e personaggi che non hanno nulla a che vedere con la Fiorentina, che sarebbe poi l’unico soggetto a cui dovrebbe far riferimento lo stadio di Firenze.

Mai visto qualcuno sano di mente visitare il Franchi come monumento storico, la bellezza dell’impianto non è confrontabile con l’utilità dello stesso.

Per tacere delle variabili economiche che avrebbe portato un radicale cambiamento dell’ex Comunale.

Invece niente, continuiamo a galleggiare tra archistar e comitati vattelapesca, Mibact e altro.

Speriamo in Campi, ma la vedo molto, ma molto dura.

Cosa vuoi dire ad una squadra che gioca un secondo tempo come quello di ieri e combatte su ogni pallone per tutti i supplementari contro chi è palesemente più forte di te?

Puoi solo applaudire e masticare amaro per come è andata a finire, imprecando contro l’arbitro che nel dubbio ha sempre scelto dall’altra parte e anche ammettendo che poi alla fine loro si sono mangiati quattro gol e quindi hanno meritato.

Il fatto è che tra Fiorentina e Inter non c’è proprio confronto in termini di giocatori, di incassi e di spesa, almeno fino a quando potevano spendere.

E non sarà un caso se per la seconda volta decidono quelli che erano seduti in panchina, stavolta ancora più forti di quelli mandati in campo a settembre.

Resta la prestazione, in cui si sono visti bagliori del Prandelli-pensiero in fatto di gioco e ordine tattico e questo è già un bel passo avanti.

Poi ci sono quelli che qualunque cosa succeda, non va bene: siamo scarsi, abbiamo avuto fortuna e via andare, con un rammarico di fondo nemmeno troppo nascosto per la mancata sconfitta.

Cominciamo col dire che Fiorentina-Cagliari è stata una partita discreta, con almeno una decina di occasioni da gol, cifra importante se rapportata agli ultimi desolanti spettacoli del Franchi.

Abbiamo tirato in porta, abbiamo rischiato e alla fine abbiamo vinto perché Vlahovic è stato più bravo di Simeone, perché i rigori bisogna saperli tirare e perché Dragowski gioca nella Fiorentina.

Ci mancavano i due più bravi a saltare l’uomo e il Cagliari si è permesso di mettere Pavoletti in panchina e anche questo deve essere messo nel conto.

Per carità, siamo ancora al di sotto del minimo sindacale per quelle che sono le giuste aspettative del popolo viola, ma la vogliamo smettere una volta per tutte di giocare al tanto peggio tanto meglio?

Una Lazio piccola piccola, ma noi siamo scolastici, lenti, noiosi.

Quando Ribery ha cominciato a venire a centrocampo a prendere il pallone si è capito il livello di brillantezza della squadra, poi Eysseric: incomprensibile.

Abbiamo giocatori che rendono molto meno del loro presunto potenziale, che forse è più presunto della realtà, è Prandelli che fatica ad incidere nel meccanismo del gioco.

Non si può essere soddisfatti, nel modo più assoluto, semmai concentrati sulla classifica e sull’esigenza di cambiare passo.

E bisogna farlo alla svelta

Ci aspettavamo di più, inutile indorare la pillola.

Avevamo negli occhi il trionfo di Torino e siamo tornati a vedere più o meno la solita Fiorentina, più sicura solo nella fase difensiva, ma con gli stessi problemi quando deve tirare e tutto questo nonostante un Ribery scintillante.

Il calcio è magia, è voglia di sognare, non ci si può accontentare della realtà, per quella c’è già la vita di tutti i giorni, che da oltre dieci mesi ci basta e avanza.

Per questo ci siamo rimasti abbastanza male, anche perché eravamo partiti benissimo, poi è come se psicologicamente non ci avessimo creduto abbastanza, chissà mai perché.

E se il migliore, insieme a Ribery e in parte Castrovilli, alla fine è stato ancora una volta Dragowski, converrà mettere in frigo il punticino, magari con un sospiro di rammarico e di nostalgia ripensando ai tempi passati, vecchi ormai di cinque anni.

Nelle situazioni bisogna trovarsi e quando affronti un’intervista impegnativa come quella di ieri con Commisso è bene avere in testa due spartiti da leggere.

Il primo è quello degli argomenti che vuoi affrontare, ed è giusto riempirlo di annotazioni e appunti, il secondo invece deve essere completamente libero da schemi: un libro bianco dove il tuo pensiero di giornalista ed intervistatore può svariare senza problemi.

Ed è proprio in questa sezione del cervello che ad un certo punto mi è venuta una cosa semplice, ma decisiva: ve bene, su alcune cose non sono d’accordo con lui e secondo me Rocco è troppo sensibile alle critiche.

In alcuni casi ha ragione ad arrabbiarsi, in altri dovrebbe capire che certe annotazioni fanno parte del circo mediatico costruito da sempre intorno al pallone.

Detto questo però, la domanda è: per la mia Fiorentina preferisco un signore italo-americano forse un po’ permaloso che tira fuori 300 milioni in meno di due anni o un simpatico mister X qualsiasi sempre sorridente e accomodante, ma con le vipere nelle tasche e con il costante mirino del pareggio in bilancio?

Ovvio che la risposta sia scontata, perché alla fine di tutti i discorsi i fatti sono chiari: Commisso non ha alcun interesse in Italia, né politico, né economico e certamente non pensa di speculare (e quindi di guadagnare) con la Fiorentina.

I tantissimi soldi che tira fuori hanno il solo scopo di soddisfare un suo vecchio sogno che si sposa benissimo con le nostre voglie di grandezza calcistica, quasi sempre mortificata dalla mancanza di quattrini.

E pazienza se qualche volta ci azzuffiamo radiofonicamente per ribadire le nostre idee, anche perché ai tifosi delle diatribe con opinionisti e giornalisti interessa pochissimo. 

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