Attualità


Era la primavera di dieci anni, finisce il Ring dei Tifosi e la valletta di turno mi chiede se posso darle uno strappo in moto verso una rinomata discoteca fiorentina.
Quando arriviamo a destinazione, mi invita ad entrare con lei dentro per fare quattro salti ed io le rispondo: “ma sei matta? Chissà cosa pensano se mi vedono con te e poi magari ho anche dei casini in famiglia”.
Prendo la moto e me ne torno a casa, senza alcun rimpianto.
Racconto questo piccolo e innocuo episodio per introdurre una domanda tormentone: ma i giocatori vip hanno proprio bisogno di andare in discoteca e/o nei locali alla moda per fare le loro conquiste?
Voglio dire: sei giovane, nella maggior parte dei casi belloccio, se non altro atletico; sei ricco, sei famoso, hai gli ormoni che incontenibili ti guizzano dentro e devi infilarti in una specie di zoo di vetro in modo dove tutti vedono quello che fai, quanto bevi e chi cerchi di portarti a letto?
Forse dipenderà dal fatto che non sono mai stato un frequentatore di questi posti, ma io al posto loro avrei davvero tutta un’altra strategia.
Cercherei villette isolate, magari imprestate da amici, alberghi lontani dalla città e farei quello che mi pare. Magari mi impegnerei pure tanto sull’argomento, ma senza che nessuno mi rompa le scatole o che mi accusi di dolce vita.
E vi assicuro che diversi nomi insospettabili passati da Firenze seguivano alla lettera queste piccole ma indispensabili indicazioni.
E concludevano molto di più di tanti presunti latin lover, che spesso dovevano pure pagare per divertirsi.

Penso in pochi e comunque non è detto che si sia nelle condizioni di spirito di accettarla.
Ecco perché mi sto chiedendo da un paio di giorni che razza di Paese sia mai questo, che spreca il proprio tempo e le prime pagine dei giornali per (forse) un prezzo chiesto da un uomo politico per una prestazione di un transessuale.
E se fosse stata una prostituta, era tutto ok?
Qualcuno ha chiesto al signore/a della foto il permesso per la pubblicazione?
Sono sempre stato per la massima libertà nel sesso, basta che ci sia consenso “tra le parti” e che non siano coinvolti minorenni (e qui già però le cose si complicano, perché a 16 anni si hanno certamente più pulsioni che a 40).
Poi, per me, lo possono fare in due come in cinque, con transessuali o tra persone dello stesso sesso: ognuno si regoli secondo i propri desideri, che nel tempo possono pure variare.
Una persona normale (nel cervello, non nei gusti, ammesso che esista una normalità nel sesso) oggi non può che essere dalla parte di Sircana (di Barbara Berlusconi, di Treguezet…) e provare conati di vomito verso certi parassiti che stanno dietro l’obiettivo.

Ho avuto l’ennesima dimostrazione di quanto la radio sia più molto più affascinante della televisione.
Pochi minuti fa ho ascoltato l’appello di Daniele Mastrogiacomo e sono sicuro che le sue parole avrebbero avuto meno effetto se le avessi udite in televisione, abbinate all’immagine.
Così invece sono rimasto sorpreso dal tono di Mastrogiacomo: caldo, rassicurante, protettivo con gli altri prigionieri e soprattutto verso la moglie ed i figli Alice e Michele.
Sembrava che stesse parlando dal salotto di casa sua invece che dalla prigione afgana e davvero mi sono detto che non siamo proprio tutti uguali noi giornalisti.
Pensavo alle mie battaglie “epocali” combattute per raccontare la Fiorentina in diretta, ai mezzucci usati dai tanti che sono cresciuti senza gavetta e che pensano di essere chissà chi, ai coraggiosi che spiano dal buco della serratura i vizi dei potenti, a tutti quelli che si sentono star dopo un paio di comparsate in televisione.
Che mestiere strano il giornalismo: con Mastrogiacomo siamo iscritti allo stesso Ordine e se parliamo l’uno dell’altro magari ci definiamo pure colleghi.
Solo che mentre lui racconta da 23 anni le guerre del mondo e ora non sa se rivedrà mai Alice e Michele, io mi prendo del mitico o dell’idiota a seconda di come viene giudicato il mio atteggiamento al telefono con Guidolin.

Sono da tre ore a Palermo ed è sorprendente constatare come non sembri nemmeno che la squadra sia in piena corsa per la Champions.
Avverto una sorta di disaffezione un po’ a tutti i livelli e stavolta non c’è neanche il collante Toni ad unire una tifoseria che probabilmente avrebbe bisogno di un allenatore più trascinante di Guidolin e di un presidente meno umorale di Zamparini.
Davvero pare che della sfida con la Fiorentina non freghi niente a nessuno, mentre io ricordo l’entusiasmo nell’anno della B (quando ci dettero una lezione), ma forse esiste una spiegazione che va al di là del tecnico e del presidente.
Prima dell’arrivo di Zamparini, che comunque sia ha dato una nuova dimensione alla squadra, da queste parti i “soli” tifosi del Palermo non erano tantissimi.
Voglio dire che a tutti faceva piacere se i rosanero vincevano, ma stando in B o in C tanti cuori palpitavano per le solite grandi e non è un caso che quelle tre siano venute qualche volta a giocare qui in Coppa.
Una domanda a questo punto sorge spontanea: come sarebbe andata a finire da noi, se invece dei Della Valle avessimo dovuto sopportare dieci o quindici anni di pellegrinaggio tra B e C?
Quali e quanti danni ci sarebbero stati nelle nuove generazioni di tifosi?

“Ma come? – mi dice Valentina – invexe di stare con noi a casa a vedere un bel film, vai a sentire quella musica preistorica?”.
Benedetta e adorata ragazzina: ancora tre anni e poi sarai convertita anche te alla musica di Guccini, esattamente come successe a me quindicenne nel momento in cui ascoltai per la prima volta “Incontro”.
Una folgorazione, un amore a prima vista che dura ancora.
Basta solo avere la pazienza di seguirlo attentamente, Guccini, di percepire la poesia delle sue parole per capire che è unico, inarrivabile.
Credo che sia rimasto l’ultimo rito collettivo a cui partecipo.
I Mondiali di calcio ormai mi piace più vedermeli da solo, allo stadio sono 25 anni che parlo invece di soffrire la partita e ai concerti non vado da una vita.
Agli altri concerti.
Perché quello di Guccini è qualcosa di speciale, pur essendo quasi irriverente nella sua ripetitività.
Si comincia con “In morte di S.F.” e, non ti puoi sbagliare, si finisce con il trittico nostalgia: “Auschwitz”, “Dio è morto”, “La locomotiva”.
Mai un bis, molte più chiacchiere di un tempo, anche perché a 67 anni non si possono certo pretendere prestazioni mirabolanti sul palco.
E poi quel senso di vaga insoddisfazione con cui te ne vai via, perché avresti voluto sentire almeno altre dieci canzoni imperdibili secondo te che però lui non ha cantato.
Ma quando l’anno prossimo, o quello dopo ancora, Guccini tornerà a Firenze, io tornerò a vederlo, magari con Valentina.

L’età che avanza ruba molto, ma qualcosa ti regala, per esempio l’esperienza.
E così accade che ieri sera vedendo l’ignobile rissa del Mestalla ho pensato subito: devono aver detto a Burdisso qualcosa di offensivo, qualcosa di irriferibile che coinvolge sua figlia, per lunghi mesi in pericolo di vita a causa di una grave malattia, ora pare, per fortuna, superata.
Oggi dal mio amico Francesco Toldo ho avuto la conferma che è andata proprio così, che hanno messo di mezzo la famiglia e tutto questo è veramente ignobile e schifoso.
Fra l’altro il Valencia si era appena qualificato e quindi le infamanti parole sulla figlia di Burdisso, che non avrebbero comunque trovato alcuna giustificazione, non si spiegano neanche con la rabbia per il risultato.
Poi è chiaro che tutto è degenerato, che in tanti hanno perso la testa e che ci vorranno punizioni esemplari. Però, credetemi, la provocazione a Burdisso (che proprio per stare accanto alla figlia smise di giocare per otto mesi) fa più male dei cazzotti.

Visto che questo blog è anche un modo per entrare (oh, entro un certo limite) nei fatti miei e un po’ nei fatti vostri, vi do la situazione in tempo reale di casa Guetta in modo tale che possiate capire perché ad un certo punto ho smesso di rispondere ai post.
Il presunto capofamiglia (molto presunto…) è in un letto di dolore (come al solito la prendo leggera…) da più di un giorno per l’influenza e passa la maggior parte del tempo a fare i calcoli per vedere se ce la fa ad andare domenica allo stadio, magari imbottito di tachipirina.
La mamma dei tre pargoli avrebbe la febbre anche lei, ma siccome non appartiene, come si può facilmente intuire, al genere maschile, si alza e, nonostante che pare abbia partorito una decina di giorni fa, si muove a tutto campo.
Le pulzelle si palleggiano i colpi di tosse ed il raffreddore, mentre Cosimo dorme e mangia bello beato e senza capire il dramma interiore del babbo, che contro l’Empoli potrebbe lasciare il microfono all’ottimo Bardazzi.

Siamo un Paese da operetta e ci meritiamo come Presidente del Consiglio il più grande e geniale imprenditore europeo del tempo libero.
Non ci sono più parole per definire quell’accozzaglia di gente che ha preso in giro gli elettori di sinistra, facendo credere loro di essere pronti a sostenere un programma comune.
Questo è il bis del 1998, allora fu un voto, adesso due, ma non cambia la sostanza: buffoni.
Certo che anche noi gente moderata, orientata a sinistra per un senso etico della vita e quindi dello Stato, in definitiva di minore dislivello tra le persone, siamo stati proprio furbi a fidarci di una coalizione che presenta nello stesso schieramento Caruso e Mastella (meglio comunque il secondo del primo).
Sono irresponsabili, soprattutto ora che l’economia è tornata a tirare e di tutto avremmo avuto bisogno tranne che di un Paese ingovernabile.
L’unica consolazione è pensare che se andiamo presto alle urne (e vincerà Berlusconi, è quasi certo), tutti quelli che oggi siedono in Parlamento, e che totalizzano una percentuale di assenze da primato mondiale, non avranno diritto al vitalizio pensionistico perché non sono passati i fatidici due anni dalle elezioni del 2006.

Il capitano della Sampdoria, fiorentino di nascita ed ex giocatore viola Francesco Flachi, e’ stato trovato positivo per un metabolita della cocaina, la Benzoilecgonina, al controllo antidoping effettuato dopo Samp-Inter dello scorso 28 gennaio (2-0 per i nerazzurri il risultato, con Flachi in campo per i primi 69′).

Aspettiamo, ma mi viene fuori una sola domanda: perché?
Dispiace perché lo sentiamo ancora uno di noi, perché gli vogliamo bene e perché non esiste un solo motivo per cascare dentro un’imbecillità del genere.

Padroni di non crederci, ma sarò molto emozionato questa sera quando tornerò a parlare nel luogo dei miei fantasmi infantili, la palestra della scuola ebraica fiorentina.
Presenterò insieme a Davide Sadun un libro bellissimo e amarissimo: “Dallo scudetto ad Auschwitz” di Matteo Marani, brillante penna del Guerin Sportivo, che si è fatto tre anni di ricerche per raccontare la storia di Arpad Weisz, geniale allenatore ebreo ed ungherese degli anni trenta, deportato ed ucciso ad Auschwitz.
Sarò emozionato perché mi ricorderò certamente dell’angoscia con cui aspettavo di recitare da bamabino i miei trenta secondi di poesia e dire una o due battute nella recita scolastica (mai avuto un ruolo da protagonista, un po’ per via della erre moscia e molto per la scarsa attitudine al palcoscenico).
Dopo quasi 35 anni ci voleva proprio qualcosa di speciale per farmi tornare sul luogo del delitto e questo libro vi assicuro che lo è perché spiega meglio di cento dibattiti molte cose sul razzismo.
In tutti i sensi e non solo contro gli ebrei.
L’ingresso è libero e mi farebbe piacere incontrare in via Farini qualcuno di voi.

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