Attualità


Leggo tutto quello che sta accadendo intorno a Verdini e penso a quello che stanno passando i giornalisti del Giornale della Toscana.
Ne conosco personalmente alcuni, a cominciare dal direttore Gianluca Tenti, che nei primi anni ottanta ricordo sedicenne inseguire i giocatori con un blocchetto in mano, e pur facendo parte di un’altra parrocchia giornalistica certifico senza nessun dubbio sulla loro correttezza, oltre che sulle loro indubbie capacità professionali.
Ha fatto bene nei giorni scorsi Riccardo Mazzoni, altro grande professionista, a rivendicare quasi urlando l’orgoglio di un giornale che da dodici anni regge bene l’urto di battaglie con avversari molto più equipaggiati economicamente e in una fase economica di crisi acuta.
Ogni discorso riguardante Mario Tenerani sarebbe poi stucchevole: tutti ormai sanno che è forse l’unico di quelli che girano tra radio e televisioni che prenderei subito a Radio Blu.
L’augurio davvero sincero è che Il Giornale della Toscana riesca ad essere più forte del tornado che si è abbattuto, senza alcuna colpa di chi ci lavora, sulle teste dei giornalisti e dei dipendenti.

A me piacerebbe sapere cosa ne pensa l’elettorato femminile del Popolo delle Libertà.

“Vedo belle ragazze laureate con il massimo dei voti, che non assomigliano certo a Rosy Bindi…”. Silvio Berlusconi, in visita all’università telematica e-campus di Novedrate, in provincia di Como, torna a prendere di mira il presidente del Pd. Lo aveva già fatto in diretta televisiva da Bruna Vespa 1, suscitando dure polemiche 2. E torna a farlo oggi. Parlando con gli studenti il presidente del Consiglio avrebbe toccato il tasto della scelta di ragazze di bell’aspetto all’interno del suo partito: “Mi accusano sempre di circondarmi di belle ragazze senza cervello ecco invece qui delle belle ragazze che si sono laureate con il massimo dei voti e che non assomigliano certo a Rosy Bindi…”

Per ragioni lavorative sono abbonato a tre dei quattro canali tematici calcistici (indovinate un po’ quale manca…) e devo dire che Milan Channel è quello dove passo più tempo.
Non che abbia motivi di particolare antipatia verso i rossoneri, anzi Rivera mi faceva impazzire.
E’ che quando sono in difficoltà mi diverto a vedere Mauro Suma, che si dà sempre delle arie da gran giornalista e fa il piacione con le colleghe in studio, arrampicarsi sugli specchi pur di difendere l’indifendibile non perdendo mai l’occasione di sparare bordate velenose e piene di rabbia sull’Inter.
Ha sparato a zero più volte e in più occasioni anche contro la Fiorentina, ma per l’inconsistenza degli argomenti più che farmi incavolare mi faceva divertire.
Alcuni amici milanisti mi dicono che sia inviso a parecchi dei suoi stessi tifosi e ogni volta che lo vedo schiumante di indignazione verso chi contesta Galliani o il SuperPresidente mi verrebbe voglia di recuperare e trasmettere le registrazioni di quando ho guidato la redazione sportiva di Canale Dieci: in confronto a Suma ero un misto tra Travaglio e Santoro per spirito critico.
Ma sto divagando e voglio tornare ad un altro motivo della mia permanenza da spettatore su Milan Channel.
A parte le giornaliste molto attraenti, ci sono degli straordinari filmati dei campionati passati che mi fanno letteralmente impazzire.
In questo momento è in onda tutto il campionato rossonero 68/69, quello del nostro secondo scudetto ed io ho avuto un’autentico e temo patetico attacco di nostalgia.
Fantastico il calcio in bianconero, quello dei numeri dall’uno all’undici, delle partite tutte insieme alla stessa ora, della tanta radio e della poca televisione, dello struggimento in attesa di un risultato che aspetti.
Non si tornerà più indietro, ma mi sono emozionato per Ferrini e Pizzaballa, lo scarsocrinito Cella dell’Inter e il campo del Varese perennemente imbiancato ai lati.
In una luna-park così bello si può sopportare pure Suma, che tra l’altro è anche preparato, che fa il commento quando manca l’audio originale della Domenica Sportiva.

Abbiamo superato quota centomila commenti, in quattro anni e mezzo di vita.
Una cosa incredibile per me, che mi sono fatto trascinare da Saverio in questa avventura che è ormai diventata una piacevole e impegnativa abitudine.
Le ultime statistiche danno questo blog al quarto posto tra tutto quello che di Fiorentina si trova su internet, dietro ai tre siti maggiormente cliccati dai tifosi viola, ma prima di tanti altri.
Chiaramente ci tengo, sarei ipocrita a dire il contrario, però mi piacerebbe di più ritrovare quegli amici che ho conosciuto all’inizio, nel 2006, e che ora si sono allontanati, forse per colpa mia.
Grazie davvero a tutti voi.

Lo scorso 30 giugno ho compiuto trent’anni di iscrizione all’albo dei giornalisti e ricordo ancora il rispetto quasi sacrale con cui mi avvicinavo alla sede in piazza Strozzi per chiedere le informazioni: avendo sempre considerato impossibile, per mancanza di padrini, parenti e altro, fare questo mestiere mi sembrava di essere ogni volta inadeguato anche al possesso dell’amata tessera verde di pubblicista.
Perfino al telefono ero un po’ più cerimonioso di quella che ritengo una normale forma di cortesia (oggi rompo le scatole a Valentina quando chiama qualche sua amica e senza salutare esordisce con un “pronto c’è la Vale”).
Le prime incrinature a questa specie di devozione mistica risalgono a metà degli anni ottanta, quando venni richiamato perché avevo fatto la radiocronaca nonostante ci fosse lo sciopero della categoria: ma io contro chi dovevo scioperare?
Contro me stesso, visto che ero pure l’editore per via degli sponsor che mi procacciavo e senza i quali avrei trasmesso nel tinello di casa Guetta?
Poi sono successe tante cose, come è normale che sia in trent’anni, e ogni volta che veniva proclamato uno sciopero la mia prima preoccupazione era: e adesso che facciamo?
Per un lasso di tempo piuttosto ampio la mia scelta è stata molto “italiana”, nel senso di furba: se lo sciopero cadeva nel giorno della mia adorata radiocronaca, facevo finta di niente a trasmettevo.
Al contrario, a volte aderivo (con molta fatica), a volte no.
Ecco, quello di oggi è il primo sciopero che condivido in pieno, in cui mi sento coinvolto, perché davvero mi pare che si voglia imbavagliare la libertà di stampa.
La legge sulle intercettazioni è ancora molto da rivedere e da migliorare, e mai davvero avrei immaginato nei miei anni giovanili di moderato orientato a sinistra di ritrovarmi sempre più spesso a tifare per uno dei leader del Fronte della Gioventù.

L’ho già scritto nel libro, ma è un episodio che voglio ricordare nel giorno del suo addio.
E’ un sabato sera del 2002, sono le 19 ed è in programma il derby Inter-Milan, mi suona il cellulare ed è Francesco Toldo, che un’ora e mezzo dopo sarebbe stato davanti ad una delle due porte di San Siro.
Mi chiede se mi era arrivata la sua maglia, richiesta per un ragazzo disabile interista di Grassina: parla piano perché è in pullman e si sento pure le voci dei compagni.
Credo basti questo racconto per spiegare meglio di ogni altro esempio chi sia Francesco Toldo e come abbia conservato da ricco signore quella genuinità che scoprii quando lo conobbi la prima volta da semplice “brindellone”, nell’estate 1993 a Roccaporena.
A Firenze è diventato uomo, facendo molto in silenzio per chi chiedeva un aiuto e davvero ha amato molto la maglia che ha splendidamente indossato per otto anni.
Ieri poi è accaduta una cosa veramente strana: ero a Firenze Sud impegnato nei miei soliti forsennati giri giornalistici-commerciali quando ricevo una chiamata che mi induce ad andare velocemente in radio per un incontro che tra l’altro porterà altre novità importanti (come se non ce ne fossero state abbastanza negli ultimi mesi tra “Viola nel cuore” e “Anteprima Pentasport”…).
La cosa va un po’ per le lunghe e verso le 17.30 mi dicono che Francesco ha dato ufficialmente l’addio al calcio.
Lo chiamo e dopo il solito no iniziale automatico accetta di salutare tutti i tifosi all’inizio del Pentasport, quindi parto io invece del povero Barry a condurre.
Una coincidenza rarissima, perché io a Prato non vado davvero mai, se non il venerdì, ma si vede che in qualche modo era scritto che dovessi degnamente salutarlo.

Io da venerdì mi vergogno di essere italiano e uomo.
Passerà certamente, ma al terzo giorno, e dopo la carneficina di uomini che ammazzano le donne, ho deciso di pubblicare per i più distratti che non avessero letto la notizia.

Le mogli che hanno un carattere “forte” e che non si lasciano “intimorire” dal clima, comprensivo di percosse, al quale le sottopone il marito corrono il rischio di vedere assolto il coniuge dal reato di maltrattamenti proprio per via della fermezza della loro forza d’animo. La Cassazione ha annullato la condanna a otto mesi di reclusione nei confronti di un marito accusato di aver maltrattato la moglie per tre anni. Dinanzi alla Suprema corte il marito aggressivo ha sostenuto con successo che non si trattava di maltrattamenti in quanto la moglie “non era per nulla intimorita” dal comportamento del coniuge, ma solo “scossa, esasperata, molto carica emotivamente”.
In particolare Sandro F. (45 anni) era stato condannato in primo grado dal tribunale di Sondrio, nel settembre 2005, e anche la Corte d’appello di Milano, nell’ottobre 2007, lo aveva ritenuto colpevole di maltrattamenti ai danni della moglie Roberta B. condannandolo a otto mesi di reclusione con le attenuanti generiche. Ad avviso della Corte d’appello “la responsabilità dell’imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale” della moglie, sottoposta a “continue ingiurie, minacce e percosse”.
Sandro F. ha sostenuto che non era stata ben considerata la circostanza che sua moglie “per ammissione della stessa di carattere forte, non fosse intimorita dalla condotta del marito”. Secondo l’uomo, in sostanza, i giudici avevano “scambiato per sopraffazione esercitata dall’imputato” quello che era solo “un clima di tensione fra coniugi”. La Cassazione – con la sentenza 25.138 – ha dato ragione a Sandro F. rilevando che non si può considerare come “condotta vessatoria” l’atteggiamento aggressivo non caratterizzato da “abitualità”.
I fatti “incriminati” in questa vicenda – prosegue la Cassazione – “appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni (per i quali la moglie ha rimesso la querela), che non rendono di per sé integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione” necessaria alla configurazione del reato di maltrattamenti. “Tanto più che – conclude la Cassazione – la condizione psicologica di Roberta B., per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente”. Così la condanna a otto mesi è stata annullata “perché il fatto non sussiste”.

E dai confessiamolo che questo prolungamento senza fine dei disastri del signor Felipe Melo, quello che aspettava istruzioni da Dio per decidere se passare o meno alla Jucentus, ci fa godere come matti.
E’ come se vedessimo ogni volta Secco che consegna il mega assegno da 25 milioni di euro a Pantaleo Corvino per avere in squadra un “manovale” del calcio, come lo direttore sportivo viola ha detto a caldo dopo i disastri sudafricani.
La follia su Robben non è molto diversa dal colpo di solo di Lecce nel 2009, dal far west negli spogliatoi di Fiorentina-Cagliari e da tutta una serie di atteggiamenti da bullo tenuti nella stagione in viola.
Ma la cosa più bella è ciò che il nostro ineffabile Felipe ha dichiarato a fine gara: “Adesso penso solo alla maglia della Juve, una squadra in cui ho sempre sognato di giocare”.
A Torino ci sono state scene di panico.

Scrivo a freddo e facendo una carellata su tutte le mie precedenti delusioni mondiali.
Mi ricordo vagamente di quella del 1966, mentre ho un’immagine nitida di come ci buttò fuori la Polonia nel giorno in cui, eravamo nel 1974, Valcareggi fu molto coraggioso, ed escluse Riva e Rivera, sinceramente inguardabili.
C’era un rigore su Anastasi in quella gara non fischiato e giocammo maluccio, ma mai ai livelli di ieri in cui abbiamo mandato in campo una squadra che era un misto di bamboccioni (e purtroppo lo è stato per una gara pure Montolivo) e bolliti.
Una cosa nauseante, che non ammette scusanti e che, è vero, è stata molto peggio della Corea.
Roba che il 1986 di Bearzot, con la stessa storia della riconoscenza ai Campioni del Mondo, era cento ori e comunque arrivammo agli ottavi.
La delusione è fortissima, ci perde tutto il calcio italiano, anche se c’è oggi chi esulta.

La immagino lassù, con la sua aria vagamente minacciosa, che se la ride per il fatto di rompere le scatole anche da morta.
Che gran regalo ha fatto a Manuela la Fiorentina a non andare al funerale, ad ignorarlo del tutto: si è scatenato il mondo e le parole più ricorrenti sono vergogna e indignazione.
Una tempesta mediatica che la farà divertire moltissimo e che la metterà anche in imbarazzo, perché in fondo in fondo (ma proprio in fondo…) era una timida, o comunque viveva con gran pudore ogni vicenda personale messa sotto la luce dei riflettori.
Ciao Manu, oggi c’erano davvero solo quelli che ti volevano bene.

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