Attualità


Coraggio amici juventini, e tra loro ci sono anche miei conoscenti a cui voglio bene: il tempo del riscatto è vicino.
Sta per entrare in società un nuovo personaggio, con idee vincenti, con un’immagine fresca e niente affatto colluso con la precedente gestione che aveva portato per la prima volta nella sua storia la Juve prima in C e poi, misericordiosamente, in B.
E’ un ex campione famoso per la sua lealtà, come possono testimoniare per le parole dette in campo trent’anni fa a Celeste Pin o le botte date e prese da almeno un centinaio di difensori affrontati nella sua lunga carriera costellata di scudetti tutti vinti meritatamente, come ricorda giustamente la Roma nel 1981 e la Fiorentina nel 1982.
I momenti delle vacche magre sono finalmente finiti, con questo nuovo campione di moralità e di sportività tornerà certamente quello stile Juventus, quello che è sempre tanto piaciuto all’Italia intera.
Il suo nome è Roberto Bettega e ha in comune con chi scrive una fastidiosa omonomia con un altro personaggio famoso.
Nel mio caso si tratta di un DJ che ora va per la maggiore in tutta Europa, nel suo stiamo parlando di un personaggio invischiato in Calciopoli e da anni scomparso dalle scene calcistiche.
Ma questa è davvero l’unica sfortuna che ha, per il resto state tranquilli che riporterà la Juve in alto.
Auguri.

Oggi Rosi Bindi non la voterei più alle primarie del PD, come invece feci nel 2007.
Le sue parole sul vile attentato a Berlusconi (“da condannare, ma ha le sue responsabilità”), mi hanno dato il voltastomaco, peggio ancora di quelle di Di Pietro, perché da lei non me le sarei mai aspettate.
Splendido il corsivo di Ezio Mauro su Repubblica, che pure è il vero partito anti-premier: non esiste nessuna giustificazione ad un tentativo di omicidio, perchè questo è stato il gesto di Tartaglia.
Non esagero, l’intento di questo povero mentecatto era far male, offendere fisicamente, non importa quanto.
Sinceramente però, a 24 ore di distanza, non avverto nell’aria nessuna aria nuova, nessuna voglia di svelenire davvero il clima, ancora una settimana e si tornerà ai miasmi di prima.
Siamo diventati un Paese cattivo, dove le ragioni dell’interlocutore se non corrispondono alle nostre diventano immediatamente insopportabili.
Non dialoghiamo mai, discutiamo sempre, in un crescendo di astio e recriminazioni come mai si era visto in passato dalla guerra civile in poi.
Berlusconi è il simbolo di questo imbarbarimento, lui ha le sue responsabilità e noi, che non lo voteremo mai, le nostre, ma nessuna ragione al mondo giustifica quello che è accaduto domenica sera.
E chi inneggia a Tartaglia o è uno psicolabile come lui, oppure si merita una dittatura, non importa se del proletariato o di un uomo solo al comando della Nazione.

Era diverso da tutti noi che a 14 anni, quando l’ho conosciuto, avevamo solo il calcio in testa.
Era speciale.
Pomeriggi infiniti a costruirci complicate traiettorie sentimentali inevitabilmente destinate al fallimento.
Un grande a disegnare e proprio per questo lo avevo conosciuto, perchè con Massimo avevamo bisogno di qualcuno che facesse i fumetti per il nostro giornalino.
Non ho mai capito fino in fondo cosa pensasse davvero di me, così diverso da lui, so solo che ci volevamo bene.
Negli ultimi tre mesi della sua malattia avevamo cominciato a chiamarci vezzosamente Albertino e Daviddino, il mio era un modo per stargli (o cercare di stagli più vicino), il suo credo un rifugio nel sentimento per provare a non pensare solo alla morte.
Un’amicizia vera, come ne ho poche nella vita.
Anni senza sentirci e poi in tre minuti tutto uguale a dove avevamo interrotto il discorso.
Aveva perso trenta chili e si preoccupava per il mio super attivismo, per la mia frenesia, diceva che non pensavo mai abbastanza a me.
Io a lui invece nelle ultime settimane ci pensavo spesso, molte volte al giorno.
Mi chiedevo il perché di una scelta così “stronza” (Alberto adorava Borgonovo, pur non capendo nulla di calcio), perché a lui sì e a me no, perché, perché, perché…
Ora restano i ricordi e sono tutto: i suoi capodanni assurdi in cui mi faceva sempre lasciare qualcuno e non si combinava mai niente, i pomeriggi e le serate insieme quando mi raccoglieva a pezzi o andavo io a prenderlo a San Domenico dopo una sua litigata, la discussione che ebbe con Valentina non mi ricordo neanche più per cosa, gli insegnamenti che mi ha dato in questi sei mesi passati a lottare come un leone ed infine arrendersi.
“Ma ti rendi conto che muoio e non ho neanche cinquanta anni”, mi ha detto dieci giorni fa in ospedale.
Sì, Alberto, me ne rendo conto e oggi qui nel self-service dell’aeroporto di Bologna ho pianto senza vergognarmi di quello che facevo.

…naturalmente se sono colpevoli.
Sto parlando delle maestre di Pistoia e anche di chi, magari in buonafede, non si è accorto di quanto stava accadendo nella propria scuola., che diventando purtroppo degli orrori.
Inimmaginabile quello che mostrano le telecamere e che si legge oggi sui giornali.
Inspiegabile il perché, se non andando a raschiare il fondo della più bieca perversione umana.
Perché non è possibile fare del male a dei bambini, almeno per noi “normali”.
I deviati, i malati di mente, i perversi accanto ai bambini non ci devono stare e la loro punizione (mai esemplare, perché non esiste una “punizione esemplare”, semmai giusta) dovrà portare ad una pena da espiare fino in fondo, senza sconti o facili pietismi nei tempi supplementari.

P.S. Un abbraccio forte ad Antonello,

Mentre ieri sera intervistavo Matteo Renzi nel Pentasport pensavo a come ero io alla sua età, a 34 anni: senza figli (poi mi sono rifatto…), in pieno combattimento lavorativo, certamente non maturo come lo è lui oggi e meno esperto nella guida di una redazione che era la metà di adesso.
Credo che anche i più acerrimi nemici debbano riconoscere a Renzi doti comunicative e di vitalità non comuni.
Intanto decide, fatto assolutamente fondamentale nel magma politico dove i veti incrociati sono spesso il comune sentire.
Poi ci mette la faccia, dà delle scadenze, per ora le rispetta.
Fuori onda è esattamente come lo avete sentito, non paludato, pronto spontaneamente ad indossare la maglietta di “Viola nel cuore” e pure a “cazzeggiare” con Leo Vonci e gli altri ragazzi della trasmissione.
Doveva rimanere un’ora e ha raddoppiato, ma se non fosse stato per il fatto che chi lo accompagnava doveva tornare a casa avrebbe fatto pure la terza ora perché si divertiva e (credo e spero) ha interessato le persone all’ascolto.
Ovviamente lo aspettiamo tutti alla prova dei fatti, ma non si può proprio dire che nei primiquattro mesi e mezzo di governo della città sia stato con le mani in mano.

Facciamo un gioco della verità tra noi maschi: quanti di noi non hanno provato un moto di simpatia verso Berlusconi, quando hanno saputo che aveva avvertito Marrazzo dell’esistenza del video che lo rovinava?
Beh, io sono tra quelli, perché, per un attimo mi sono immedesimato nella situazione e ho pensato che mi avrebbe fatto piacere se qualcuno mi avesse in qualche modo aiutato in una situazione così devastante.
E invece no, ieri su Repubblica l’implacabile censore Giuseppe D’Avanzo, peraltro gran giornalista, ci ammoniva tutti sull’ennesima nefandezza commessa del nostro Presidente del Consiglio che aveva invitato ed in qualche modo istigato il Presidente della Regione Lazio ad avere un comportamento illegittimo.
Dal punto di vista formale, nulla da dire: ha ragione D’Avanzo.
Marrazzo doveva uscire da via Gradoli e andare diritto in Procura a denunciare tutto.
E Berlusconi doveva pressare Marrazzo perché presentasse denuncia.
Mi viene però in mente una battutaccia (che in questo contesto è ancora più scorretta del solito) pronunciata dall’ex finanziere Ricucci durante le sue spericolate scalate a banche e giornali: “facile vero fare i finocchi con il culo degli altri”.
Eh sì, è molto facile giudicare l’altrui comportamento e diventare inflessibili giustizialisti quando non siamo minimamente coinvolti.
Perché alla fine di tutta questa vicenda, che ha passato Marrazzo nel tritacarne mediatico e da cui temo non si riprenderà più, io mi chiedo (così come me lo chiedevo sui passatempi di Berlusconi) quale reato abbiano commesso uomini che fanno col sesso quello che gli pare, che spendono quanto credono sia giusto spendere per i loro piaceri (che non sono opinabili in quanto attinenti alla sfera personale), che vivono insomma la loro vita di cui devono rendere conto solo alle persone che hanno accanto e non certo a noi o a D’Avanzo.

A me come donna piace molto, e lo dico sapendo di perdere punti con molte frequentatrici del blog.
La trovo sexy: è quel tipo di signora che mogli e fidanzate non capiscono come possa incontrare il favore di noi maschi, ma detto dell’estetica io credo che sia ora di finirla di portarla in giro come totem.
Negarle la partecipazione da Santoro sarebbe stato stupido e naturalmente la nostra vocazione di guardoni ha permesso ad “Anno zero” di fare il pieno di ascolti.
Ora però, davvero, basta con Patrizia D’Addario.
Ormai nel lettone di Putin è come se fossimo entrati anche noi, sappiamo tutto di quella notte, degli abiti neri che piacciono al nostro Presidente del Consiglio, al rituale delle battute, dei filmati, delle canzoni di Apicella (mamma mia che palle!), del diradarsi delle ospiti affinché rimanessero solo le favorite.
Personalmente continuo a farmi al stessa domanda, che credo sia un quesito normale per qualsiasi uomo: ma davvero un signore di 72 anni, per quanto potente, ricco e famoso, pensa di far breccia non dico nel cuore, ma anche solo nella sfera dell’interesse sessuale di donne come quelle che abbiamo visto girare a Palazzo Grazioli?
Io non ci arrivo, scusate, sarà una mia mancanza.
Nel mio piccolo anche a me è successo di avere un discreto successo con ragazze molto più giovani di me: è accaduto e accade con chi vuole fare la giornalista oppure, quando ero a Canale Dieci, quando dovevo scegliere le vallette per le varie trasmissioni.
Sarà perché il film “Malizia” ha segnato la mia adolescenza (e quindi mi sono sempre piaciute semmai le donne meno giovani di me), o perché ogni tanto ho la testa che funziona, ma nonostante il suddetto successo non mi sono mai sognato di essere diventato un incrocio tra Richard Gere e Brad Pitt.
Insomma, capivo chiaramente che l’interesse non era per me, ma per il ruolo che avevo e che ho.
Chiaro che non voglio generalizzare, anzi in proporzione alle persone incontrate in questo trentennio mediatico la percentuale delle ragazze affascinate non supera il 5%.
E’ capitato (raramente, per fortuna) che quando esternassi questo concetto di interesse non legato a come sono ma a quello che potrei fare per aiutare, qualcuno si sia stupito e abbia detto “ma che te frega? Te la porti a letto e poi si starà a vedere quello che succede”.
Ma lasciando perdere il mio pensiero e la mia sensibilità sull’argomento, io credo che sul caso escort si sia già detto tutto ed il contrario di tutto.
Passiamo per favore ad argomenti e critiche più serie, anche perché la crisi vera per molti sta cominciando ora.

Me lo ricordo bene cosa avvenne quando nel giugno del 1984 morì improvvisamente a Padova Enrico Berlinguer.
Tra i tanti uomini politici che si presentarono a Botteghe Oscure per rendere omaggio ad una figura unica e carismatica spuntò all’improvviso in assoluta solitudine Giorgio Almirante.
Ex ragazzo di Salò, ex repubblichino, fondatore del MSI, acerrimo avversario dei comunisti, eppure capace di un gesto nobile, che nella sua atipicità non sembrò neanche clamoroso.
Perché gli altri erano, appunto, “solo” degli avversari e non dei nemici.
Si puntava a vincere e a confutare le tersi avverse, non all’annientamento di chi non era dalla tua parte.
Ed ecco invece il fior da fiore degli ultimi due giorni di questi fenomeni a cui abbiamo delegato la nostra vita pubblica.
Antonio Di Pietro: “Silvio Berlusconi farà la fine di Saddam Hussein”.
Renato Brunetta: “La sinistra vada a morire ammazzata”.
Penosi, semplicemente penosi.
Sono purtroppo lo specchio del degrado in cui stiamo vivendo e che per vicende personali ho toccato per mano ultimamente pure nel mio microcosmo.
Un mondo dove contano solo i soldi, il sesso, il potere, il pettegolezzo, senza uno straccio di senso etico, di attenzione per gli altri.
Annientate, demolite, spendete più di quanto guadagnate, rubate, qualcosa resterà.
E sono solo macerie, che vi frega?
L’importante è che l’altro, il nemico, sia morto.

Ma è possibile che ci tocchi vivere in un Paese che non conosce mai il senso della misura?
Per noi bambini degli anni sessanta e settanta Mike Bongiorno era “la televisione” e ricordo ancora quei giovedì sera ad aspettare Rischiatutto come oggi si attenderebbe una finale di Champions.
C’era solo quello e anche a riguardarlo oggi mi pare un programma straordinario nella sua semplicità.
Dunque Mike Bongiorno (che tra l’altro ha diviso con i miei nonni e mia mamma un periodo di prigionia a San Vittore, in attesa di essere deportati in Germania) era un eccezionale professionista, una persona che guardavi sempre volentieri, oltretutto dotato di un’invidiabile vitalità, anche a più di ottanta anni.
In più, da ragazzo era stato una staffetta partigiana, motivo che lo aveva appunto portato in carcere.
Ma da qui a pensare a dei funerali di Stato, come pare stia accadendo in queste ore, ce ne corre.
Tutto questo fervore perché in Mike c’era l’amarezza di non essere diventato senatore a vita, altro fatto che sinceramente mi avrebbe lasciato piuttosto perplesso.
Si potrebbe fare una lista infinita di uomini e donne (soprattutto donne, le più dimenticate) che hanno servito veramente lo Stato, che sono morti perché noi potessimo stare un po’ meglio e che sono stati completamente ignorati.
Nella vita e pure nella morte, anzi a volte addirittura oltraggiati nel tentativo di infangare la loro memoria.

Quando parlo di Vittorio Feltri ho sempre, per dirla con una celebre battuta, dei pensieri che non condivido.
Ho scambiato con lui qualche volta delle battute sul calcio e aveva una gentilezza da altri tempi, l’ho visto di discutere di Gaber a Viareggio ed era affascinante, scrive divinamente, fa alzare le tirature di tutti i quotidiani che dirige, ma è indubbiamente, giornalisticamente parlando, una canaglia.
Geniale, arguto, ma canaglia.
Sull’affaire Boffo io sinceramente ho perso il filo, cioè non ho capito alla fine se l’ormai ex direttore dell’Avvenire era stato condannato per le molestie verso la fidanzata di un suo presunto compagno oppure no.
Fatto sta che si è dimesso, al terzo tentativo, e certamente ora diventerà un nuovo martire italiano, perché è proprio nel nostro DNA non avere vie di mezzo e non prendere mai oggettivamente i fatti o giudicare le persone per quello che sono, senza estremizzare.
E a proposito di dimissioni, visto anche che si parla della parte politica a cui da trent’anni faccio arrivare più o meno convinto il mio voto, sto ancora aspettando che l’ex giudice De Magistris si dimetta dalla magistratura come aveva giurato e spergiurato di fare quando si presentò candidato alle elezioni europee.
Non vorrei che facesse come Franceschini, che aveva giurato e spergiurato che il suo incarico sarebbe stato a tempo, che avrebbe sostituito Veltroni solo per il tempo necessario a preparare un nuovo congresso e che mai e poi mai si sarebbe candidato come segretario del Partito Democratico.
Infatti…

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