SENZA INFAMIA E SENZA LODE
Gigi Radice non era più quello di diciotto anni prima, cioè l’uomo tutta energia capace di costruire una bellissima squadra nella stagione 1973/74. Non era però il solo ad essere cambiato dai tempi della sua prima esperienza fiorentina, basta pensare all’intero ambiente del calcio, sempre più preso d’assalto da radio e televisioni. E Radice, al contrario del suo amico Trapattoni, non si poteva certo definire un grande comunicatore. Appena seduto sulla panchina viola, il tecnico brianzolo fu abbastanza saggio da capire che non occorrevano rivoluzioni, ma solo maggiore disciplina dentro e fuori dal campo. Rifece in pratica la preparazione e mantenne la Fiorentina sempre qualche punto sopra la zona retrocessione. La difesa era appena passabile, con le amnesie di Malusci, la grinta di Faccenda ed il rendimento costante di Pioli. Carobbi non valeva l’ultimo Di Chiara, che nel frattempo aveva conquistato la Nazionale. A centrocampo Maiellaro deluse anche i suoi più accaniti estimatori e finì addirittura in panchina, mentre Orlando venne paragonato un po’ troppo presto a Baggio. Iachini e soprattutto Dunga rimanevano l’anima di una squadra che se non avesse trovato Batistuta avrebbe faticato non poco a salvarsi. In attacco Borgonovo era ormai solo la controfigura dell’ottimo attaccante che tre anni prima duettava con Baggio, e del Branca fiorentino si ricordano solo le approfondite letture de “Il Sole 24 ore? e i consigli di borsa dispensati ai compagni. Le sue azioni migliori furono quelle comprate in Piazza Affari e così fu sbolognato in tutta fretta all’Udinese.

NASCE L’AMORE
Gigi Radice può comunque vantare un record destinato a durare per chissà quanto tempo: è l’unico allenatore viola che in tre partite a Firenze ha battuto per tre volte la Juventus e sempre per due a zero. Ed il successo del 26 gennaio 1992 coincise anche con il primo “congiungimento? quasi carnale tra Batistuta e la Fiesole. Al settimo del primo tempo, Bati si infilò alla grande su un cross senza troppe pretese di Carobbi e colpì di testa, lasciando di sasso Tacconi. Quello, credo, fu davvero l’inizio di tutto, perché una rete alla Juve non si dimentica mai, tanto che qualcuno si ricorda ancora oggi di un gol di Tendi ai bianconeri… Poi Gabriel segnò cinque reti nelle successive gare in trasferta e cominciò a volare sempre più in alto, senza fermarsi più.

BOMBER BARTOLELLI
Mario Bartolelli, ipotetico bomber della primavera viola, in fondo è servito a qualcosa. Tutti noi calciatori falliti nel vederlo in allenamento ed in partita abbiamo infatti pensato che se c’era lui nella Fiorentina, un giorno o l’altro sarebbe toccato pure a noi giocare in serie A. Certo una differenza sostanziale esisteva, perché noi, comuni mortali, un babbo potentissimo, dirigente del gruppo Cecchi Gori, non ce lo avevamo. In verità, non è che il povero Bartolelli abbia combinato chissà quali disastri, ma solo perché in prima squadra ha giocato per fortuna appena quattro minuti. In compenso, nella Primavera viola di Mimmo Caso, che nel febbraio 1992 vinse nonostante lui il torneo di Viareggio, Bartolelli era un titolare inamovibile. Quelli veri come Banchelli e Beltrammi si alternavano in panchina, salvo entrare quando la faccenda diventava imbarazzante. E nell’anno della retrocessione chi c’era nelle ultime partite come riserva di Batistuta e Baiano? Ma l’ormai sempre meno giovane Bartolelli, e chi altrimenti? Mentre Casasco bisbigliava ai cronisti che «quel ragazzo era utilizzato troppo poco. Ditelo e scrivetelo, perbacco». Ah, se gli avessimo dato più fiducia!

VITTORINO, VITTORINO
Avevo intanto cominciato a conoscere Vittorio Cecchi Gori. A quei tempi se lo filavano davvero in pochi perché il personaggio numero uno era Mario, carismatico e “fiorentino? nell’anima. Al secondo posto veniva la signora Valeria, e se proprio si voleva scendere di generazione, era meglio soffermarsi sulla signora Rita Rusic, bellissima. A Firenze mi ero inventato una postazione volante all’ingresso della tribuna d’onore, dove Vittorio arrivava ad un quarto d’ora dal fischio di inizio. Sentendolo parlare in romanesco, la prima volta che lo intervistai gli chiesi ingenuamente se «un giorno o l’altro la Fiorentina sarebbe diventata una passione, come lo è da cinquanta anni per i suoi genitori». Mi incenerì con lo sguardo e mi disse che lui era nato a Firenze, che stravedeva da sempre per i viola e poi tutte quelle cose che avrei sentito ripetere tristemente dieci anni più tardi. Essendo l’unico o quasi che lo avvicinava, cominciò con me ad alzare il tiro delle sue dichiarazioni. Un giorno dette quattro in pagella ai giornalisti di Repubblica, un altro se la prese con chi gli voleva portare via Orlando, che lui considerava come una specie di figlio putativo. Insomma, con Vittorio non ci si annoiava mai. Se mi avessero detto che ci avrebbe rovinato, non ci avrei creduto perché mi sembrava, quello sì, un po’ sopra le righe, ma assolutamente incapace di fare del male. Mi consolo pensando che tanti altri come me hanno sbagliato giudizio.