PROFESSOR MONELLI
Fu un campionato proprio grigio, impreziosito però dalla vittoria in casa contro il Napoli che sarebbe diventato Campione d’Italia. E’ il grande giorno di Monelli, che vede Garella fuori dai pali e lo infila con un’incredibile rete da centrocampo. Il martedì successivo a Torino arriva l’avvocato Agnelli per la classica visita alla sua Juventus. Convoca in separata sede il divino Platini e osa chiedergli ciò che nessuno, se non appunto Agnelli, avrebbe mai osato: «Mi scusi Michel, potrebbe provare anche lei a ripetere ora, qui davanti a me, il tiro di Monelli di domenica scorsa: è stato sublime». Noblesse oblige e Platini si porta col pallone a centrocampo, mentre Tacconi rimane a fare il Garella (cioè il pollo) fuori dalla porta, al limite dell’area di rigore. Una, due, tre volte ed il pallonetto di cinquanta metri di Platini non entra. L’avvocato scuote maestosamente la bianca testa e se ne va. Monelli uno – Platini zero, sono queste le soddisfazioni della vita.

DARE BUCA A BAGGIO
Aveva esordito in serie A con la Sampdoria e, tanto per non smentirsi, si era fatto male la settimana dopo. Diciamo la verità: erano in pochi a credere che quelle ginocchia così esili e martoriate avrebbero sorretto per anni il suo straordinario talento. Con Baggio nell’anno di Bersellini avevo rapporti normali, più o meno come tutti i giornalisti che gravitavano intorno alla Fiorentina. Il tempo delle scelte arrivò la stagione successiva, quando Eriksson decise che forse era meglio darlo in prestito al Cesena “per farlo maturare?. Io scelsi di stare con Baggio e non me ne sono mai pentito, perché ancora oggi, se lui gioca, mi metto davanti al televisore a vedere una partita e l’abbraccio che ci scambiamo ogni volta che ci vediamo profuma di reciproco rispetto e di un briciolo di amicizia.
Dunque, in quell’anno di incubazione del futuro campione, era normale invitarlo in radio come giovane speranza. Baggio accettò senza problemi, ma sfortunatamente incappò in uno dei rarissimi momenti in cui le ragioni del cuore avevano avuto la meglio sulla mia coscienza professionale. Ero troppo impegnato in altre faccende e davvero non potevo passare a prenderlo. Non esistevano i cellulari, sapevo che questo bravo ragazzo vicentino era ad aspettarmi all’uscita di Prato Est, ma non sapevo proprio come avvertirlo. Lo chiamai mortificato la sera a casa e gli raccontai la balla di una gomma bucata (che fantasia!). «Non importa, non ti preoccupare, faremo la trasmissione la prossima settimana, sempre che a te vada bene», mi disse e la cosa finì lì. Più o meno la stessa classe del signor Ramon Angel Diaz, che per tre volte ci prese in giro promettendo di venire a Radio Blu e non facendosi mai vedere. Ma si vede che fra me e gli argentini è una questione di feeling. Alla rovescia.

LORO DUE INSIEME
Mi sono divertito a contare i minuti in cui Antognoni e Baggio hanno giocato uno accanto all’altro: sono 245, neanche tre partite intere. Solo all’ultima giornata contro l’Atalanta sono rimasti in campo fianco a fianco per tutta la gara, quasi a voler suggellare l’imminente passaggio di consegne. Baggio aveva un grande rispetto per Antognoni e ne ascoltava in silenzio i consigli tecnici. Esiste un’immagine bellissima di loro due a Napoli mentre preparano la punizione del pareggio viola, quella del primo gol di Robertino in serie A, nel giorno dello scudetto partenopeo. Antognoni così più alto ed elegante, quasi patriarcale, sembra quasi voler suggerire il tiro al discepolo. Quello fu anche il gol della matematica salvezza al termine di un campionato anonimo, senza spunti tecnici e con pochissime emozioni. La squadra giocava male, con un’infinità di cross da centrocampo che fecero arrabbiare i tifosi consegnando al tempo stesso a Bersellini l’ingiusta patente di allenatore fra i più scarsi mai avuti. Ne avremmo invece visti di peggio.
Quando la stagione si concluse, nessuno di noi poteva sapere che non avremmo più ritrovato Antognoni con la maglia viola. Sapevamo dell’addio dell’ottimo Oriali e del consunto Gentile, ma il capitano era come il David di Michelangelo, un monumento, ed eravamo tutti sicuri di ritrovarlo in ritiro per il sedicesimo anno consecutivo. Ed invece arrivò dal Losanna un’offerta economicamente eccezionale, una di quelle “che non si possono rifiutare? e Antognoni se ne andò, tenendo comunque fede alla promessa che mai e poi mai avrebbe indossato un’altra maglia di squadra italiana e giocato contro la sua Fiorentina. Alla prima partita in Svizzera partirono in duemila da Firenze, perché il dolore dell’addio rimaneva fortissimo. Poi, piano piano ci abituammo a vivere anche senza Antognoni, ma nell’aprile del 1989 andammo in quarantamila allo stadio per “festeggiare? il suo addio al calcio. Lui smetteva e noi non eravamo più dei ragazzi.