IL TELEFONO, LA MIA CROCE
Ore 13 del 6 gennaio 1985, ovviamente domenica. Sono già al Comunale di Torino e cerco notizie della radio corrispondente per la presa telefonica. Il giornalista arriva venti minuti dopo, sembra tutto a posto, ma non ha l’apparecchio con sé. Panico totale, come faccio a trasmettere senza telefono? Mi ricordo che un amico del mare, Andrea Masatto, vive a Torino. E’ maledettamente gobbo, ma abita a due chilometri dallo stadio. Telefonata angosciata, lui non c’è, ma la mamma sì e mi impresterebbe quello che è improvvisamente diventato il mio oggetto del desiderio. Taxi, corsa disperata verso il campanello: non risponde. Suono ad altri condomini, compreso il vicino di pianerottolo, tal Marchisio Busellu. Qualcuno apre e salgo all’ultimo piano. La signora Masatto mi consegna il telefono e, maledizione, scopro che ha una conformazione tecnica da fine ottocento, come non avevo mai visto e non va bene. Accidenti alle tradizioni sabaude! Intanto il ragionier Marchisio Busellu apre lentamente e con diffidenza piemontese dieci centimetri di porta. Con la coda dell’occhio lo vedo: è lui, il telefono grigio! Con gli spinotti messi al punto giusto!
«Me lo dia!», imploro Marchisio Busellu.
«Ma veramente…»
«Le lascio un assegno in bianco, ne ho bisogno per la radiocronaca!»
«Signora Masatto, ma lei lo conosce questo giovanotto?»
«E’ un amico di mio figlio, uno del mare…»
«La prego, mi dia il telefono, tra venti minuti comincia la partita e tutta Firenze (bum!) aspetta me»
«Va bene, tenga pure, ma me lo riporti, neh!…»
Strappo il telefono, lascio l’assegno, rimonto sul taxi, travolgo una decina di persone sulle scale del Comunale e quando entrano in campo le squadre compongo il numero di Radio Blu.

ZIO UCCIO
De Sisti si dimise a dicembre, nella settimana precedente alla sfida con la Juve. A sorpresa i Pontello pensarono al sessantaseienne Ferruccio Valcareggi, a cui in un primo tempo era stata proposta una sorta di controllo su De Sisti, soluzione giustamente rifiutata da Picchio. La guida dell’ex tecnico della Nazionale fu giudiziosa, in linea con la sua saggezza e la Fiorentina evitò di finire invischiata nella lotta per non retrocedere. Qualche capo dello spogliatoio capì che era il caso di finirla con le lotte interne e tutti più o meno si misero a remare dalla stessa parte. Ad Avellino feci arrabbiare Valcareggi, come mai gli era successo nella sua lunga carriera, almeno così mi ha detto il figlio Furio.
Era successo che la Fiorentina, dopo aver battuto 4 a 0 il Bari a Firenze, giocasse in Puglia un’inutile gara di ritorno di Coppa Italia. Alla mezz’ora i viola sono già in vantaggio con Pellegrini e a quel punto Valcareggi fa riscaldare i giovanissimi Bortolazzi e Carobbi. Inizia il secondo tempo e le due riserve continuano a lavorare a bordo campo. Dopo dieci minuti, e complice l’assoluta assenza di pathos, comincio a chiedermi cosa stesse aspettando il tecnico per buttare dentro i ragazzi. Vado avanti in un crescendo di ironia un po’ pesante verso Valcareggi fino a venti minuti dal termine, quando entra Bortolazzi per Pecci. Ancora dieci minuti e tocca finalmente a Carobbi per Gentile. Lì per lì non succede niente, ma la domenica successiva, appunto ad Avellino, appena terminata la gara Valcareggi dribbla i cronisti e si dirige minaccioso verso di me. «Come ti permetti!! Ma chi sei tu per dirmi chi devo cambiare e quando, ci vuole rispetto per le persone che lavorano!!!». I toni della filippica erano esagerati, ma in sostanza aveva ragione: ero andato un po’ troppo sopra le righe.

FINALMENTE LA BATTIAMO
La mia radiocronaca preferita da bambino era Juventus-Fiorentina 2 a 3, con gol viola nel finale. Una partita totalmente inventata, con nessun appiglio, ahimè, con la realtà. Fantasticavo sulle reti dei miei idoli Brugnera e Chiarugi, parlavo ad un immaginario microfono e mi esaltavo per la vittoria.
Attendevo da tempo un momento del genere ed era destino che raccontassi un successo della Fiorentina a Torino nella gara più inutile. I bianconeri stavano preparando la tragica finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool ed erano staccatissimi dal Verona, noi galleggiavamo a metà classifica. Loro passarono subito in vantaggio con Briaschi, ma prima Cecconi (stavolta era proprio lui) e poi una fantastica punizione di Passarella regalarono a Valcareggi quel successo che era sempre mancato in otto sfide a De Sisti.
Finimmo al nono posto ed i Pontello decisero che era arrivato il momento di cambiare tutto. Un grazie a Valcareggi, un addio a Corsi, svariati tentativi di sbarazzarsi di Socrates. Arrivarono Agroppi e Nassi, stava per tornare Antognoni, era stato acquistato Battistini. Nel febbraio intanto la Fiorentina aveva speso moltissimo per acquistare dal Vicenza il diciottenne Roberto Baggio, che a maggio si infortunò gravemente. Ciò nonostante, Baggio arrivò lo stesso a Firenze e non si è mai saputo di chi fu l’artefice del trasferimento. Dodici anni dopo, a Canale Dieci, Nassi e Corsi stettero un’ora a discutere, attribuendosi ognuno i meriti dell’operazione e quasi sicuramente, se non altro per una questione di tempi, era Corsi ad avere ragione.