LA PRIMA VOLTA
Non è come il primo bacio o come la prima volta che fai l’amore, ma una certa comparazione è lo stesso possibile perché sei totalmente inesperto e la brutta figura è assicurata. Statisticamente la radiocronaca mi accompagna da oltre venti anni, superando in anzianità fidanzate e mogli, ormai temo che faccia parte del mio DNA. Ketty era una solo bella ragazza, campionato dopo campionato è diventata splendida, ma unicamente con la Fiorentina in vantaggio. L’incipit della storia è banale e legato ad un recupero della memoria. Mi ero infatti ricordato che a Udine davano a richiesta il telefono per trasmettere la partita e allora mi sono detto: perché non provarci? Costo dell’installazione SIP, ottantamila lire, più le spese per la chiamata in teleselezione. Rinaldo era perplesso, ma come sempre mi dava carta bianca. In verità, io lo ero più di lui e, soprattutto, mi chiedevo a chi diavolo potesse interessare una partita raccontata da me. E
poi c’era il problema di coprire le spese. Mi venne in mente che il fidanzato dell’affascinante sorella del mio amico Maurizio aveva un’attività commerciale un po’ strana, l’aria compressa, che forse aveva bisogno di pubblicità. Telefonai a Fabio Sali ed ottenni senza neanche troppa fatica le centomila lire necessarie per tentare.
E’ nato in quel giovedì di gennaio un rapporto speciale con una delle persone più belle che abbia conosciuto. Col passare del tempo Fabio non era più lo sponsor, ma un amico vero, a cui rivolgersi in qualsiasi momento. La lotteria della vita ce lo ha portato via prestissimo, ma per fortuna, quattro anni dopo la sua morte, siamo in tanti a ricordarci della sua lealtà e del suo fare per gli altri.

RITMO, RITMO…
A risentirle adesso, le mie prime radiocronache sono quasi comiche. Partivo sparato, come se dovessi fare i cento metri in dieci secondi netti e mi afflosciavo inevitabilmente verso la metà del primo tempo. L’ormai famosa (per me) Udinese-Fiorentina finì zero a zero e fu una partita bruttissima, ma nel primo quarto d’ora sembrava molto più combattuta di Italia-Germania 4 a 3. Non avevo nessuna scuola alle spalle, solo l’ascolto di quindici anni di “Tutto il calcio minuto per minuto…?, molta lettura di giornali e tanta voglia di imparare. Errori principali: non spiegavo a sufficienza in quale zona del campo fosse il pallone, il risultato era un optional (lo davo solo quando me lo ricordavo, al massimo quattro volte a tempo), e mi arrabbiavo troppo se le cose non andavano bene. Ero però in qualche modo giustificato dalla convinzione che non ci fosse nessuno a seguirmi via radio. Insomma, quelle radiocronache erano quasi dei racconti in
famiglia, un modo come un altro per far sapere, in assenza di telefonini, che ero arrivato allo stadio e che andava tutto bene…

SENZA EUROPA
Il campionato delle delusioni si concluse con un quinto posto finale, ad un punto dal Verona, quarto, cioè dentro l’attuale Champions Leagues. Poiché il calcio di allora era una cosa diversa dall’attuale (mi verrebbe da scrivere più seria, ma evito per non passare da vecchio con le mie figlie), nel 1983, arrivando quinti, non si andava neanche in Coppa Uefa. E se qualcuno avesse pensato a qualcosa di simile all’Intertoto, lo avrebbero preso per matto, rinchiuso in una stanza e buttato via la chiave. Insomma, per la Fiorentina era stata una stagione da dimenticare, impreziosita nel finale dall’arrivo in società di Italo Allodi.
Il furbissimo Tito Corsi, fino a quel momento padrone assoluto della situazione, non gli fece nessuna guerra aperta. Anzi, si disse «felice per l’arrivo in viola di un personaggio di tale prestigio ed esperienza», salvo poi bruciargli in mille modi il terreno sotto i piedi.
Una delle poche vittorie di Allodi fu quella di convincere i Pontello ad assumere per la Primavera un trentasettenne carneade di Fusignano. Un certo Arrigo Sacchi, che quando parlava di pallone sembrava sempre un po’ invasato. Nell’inverno del 1983 gli chiesi un’intervista e fu cortesissimo. Raccontò della cultura dello sport, parlò di rispetto per l’avversario, affermò che giocare bene era più importante del risultato. Monopolizzò la trasmissione e sembrò un marziano rispetto al calcio a cui eravamo abituati. De Sisti lo guardava con sospetto, Corsi lo sopportava appena, gli altri giornalisti non lo consideravano proprio, anche perché di solito le giovanili sono allenate da chi ha un prestigioso pedigree da calciatore.
Intanto, nella sede di viale dei Mille, Allodi cercava inutilmente di imporre il proprio stile fatto di rapporti personali e mazzi di fiori da inviare alle mogli dei giocatori da acquistare. Due omaggi floreali partirono anche per la Germania: uno per frau Voeller e l’altro per frau Rumenigge. Le signore gradirono, ma i mariti purtroppo non si mossero da lì.

TUTTI IN PIAZZA
La rivincita per il mancato scudetto dell’anno precedente ce la regalò Felix Magath, robusto centrocampista tedesco, dotato di gran classe e ottimo tiro. La Juventus era stata a dire il vero strepitosa in Coppa dei Campioni ed aveva eliminato fior di squadre compreso l’Aston Villa, detentrice del trofeo. Ad ogni turno ci riunivamo per gufare e tifare contro, ma tutto sembrava inutile. Con poche speranze ci mettemmo così davanti al televisore anche per la finalissima contro l’Amburgo, non senza aver scommesso contro i bianconeri una ragguardevole somma con il mio amico gobbo Alessandro Campucci. Il gol di Magath dopo pochi minuti ci fece soffrire perché arrivato troppo presto, ma per fortuna là davanti Platini, Boniek, Rossi e Bettega incapparono in una serata storta senza precedenti. “Vincemmo? così la nostra Coppa dei Campioni e scendemmo sui viali a festeggiare. Credevamo di essere in pochi ed invece c’era mezza Firenze che esultava,
il resto l’Italia ci guardava con un certo disgusto.