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È morto stasera Alessandro Rialti e io sono più solo nel mondo del giornalismo.

Lo immagino insieme a Manuela a scherzare sulla Fiorentina e a controllare quello che faccio.

Che periodo terribile.

Cosa state riguardando di più in televisione?

Calcio o vecchi film?

Wimbledon o serie americane?

Fiorello o talk show?

Forza ragazzi e ragazze, è dura, ma ce la dobbiamo fare

Una volta Panatta definì John Mc Enroe in modo straordinario: “E’ uno strano tipo, che pensa di essere Mc Enroe”.

Ecco, Giancarlo Antognoni è l’esatto contrario, nel senso che non hai mai pensato davvero di essere Antognoni, con tutto quello che il personaggio rappresenta nelle nostre vite.

Ne fosse appena consapevole, non sarebbe così.

Ad ogni compleanno si ripete il rito degli omaggi, che sono sinceri perché nessuno, ma proprio nessuno, in 48 anni di presenza nel mondo del calcio lo ha mai visto o sentito atteggiarsi come se, appunto, fosse Antognoni, cioè la storia della Fiorentina e uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi che però, secondo me, non ha mai espresso completamente le sue doti straordinarie.

Non sentirsi Antognoni è una dote naturale, esattamente come la sua corsa a testa alta col pallone tra i piedi: entrambe sono rarissime.

Chi ha una coscienza e una testa pensante in questi giorni immagino che stia facendo i conti se stesso.

Non siamo mai stati così vicino alla morte: ci sfiora, ci minaccia, la vediamo in televisione, la leggiamo sui giornali e non è qualcosa di lontano perché purtroppo si tocca e ci tocca.

Abbiamo molto più tempo per pensare, per ricordare ciò che abbiamo fatto, le persone a cui abbiamo procurato dolore e chi ce ne ha dato e che ancora non abbiamo perdonato e che forse non perdoneremo mai.

Non mi piace il buonismo da quattro soldi, per questo non credo affatto che tutti dopo saremo diversi perché non sarà così, chi è una carogna, chi non ha cervello, continuerà ad essere così, anche senza il virus.

E però consiglio a tutti uno spietato regolamento di conti con il proprio passato, con la coscienza a dirigere le operazioni: penso che possa venire fuori qualcosa di interessante.

Ho sempre pensato che ci volesse molto tatto e mota educazione per entrare nelle case, nelle macchine e nella vita di altri attraverso quel magnifico strumento che è la radio.

Da un mese in qua ce ne vuole ancora di più, perché la gente che ascolta sta male: non esiste concittadino che viva peggio rispetto a febbraio e temo che aprile sarà ancora più duro.

Negli ultimi anni ho pensato meno a “come fare” radio, approfittando di quanto avevo costruito e cioè una squadra che funzionava molto bene e che semmai aveva bisogno di stimoli, non di impostazione di base.

Ma sì, confessiamolo in questo blog che è il mio Facebook, Instagram e altro che non ho mai avuto e che pensò mai avrò: mi ero un po’ impigrito.

Questa tragedia mi ha risvegliato e mi sono sentito ancora più responsabile di quello che stiamo facendo.

Comincio a pensare alla programmazione sotto la doccia poco dopo le 5 del mattino, col gettito dell’acqua calda, che adoro, arrivano idee da assecondare o da scartare.

Ho ritrovato una passione mai scomparsa, ma in qualche modo appannata dalle multiformi vicende della mia vita privata e mi piace pensare di fare davvero compagnia a chi è in difficoltà.

Non siamo neanche a metà del lungo viaggio ed è già tempo per alcune considerazioni.

Siamo figli del nostro tempo ed è giustissimo ricordare le sofferenze della guerra, lo stare nascosti per non essere deportati, il dover elemosinare un pezzo di pane e il vivere in case molto, molto diverse da quelle in cui abitiamo con televisione, acqua calda, cibo e tutto quello che serve per le comodità.

Però…

Però, l’animo umano si adatta, anche e soprattutto allo stare bene, e quindi le persone cominciano a dare i primi segni di grande insofferenza, di noia, di pessimismo cosmico, i più deboli mentalmente sbarellano, qualcuno diventa violento.

Comprendo benissimo tutto questo da un’angolazione particolare, quella di un uomo fortunato, che lavora dieci ore al giorno e che quindi  esce di casa e tiene il cervello molto impegnato, più del solito direi, perché organizzare la radio in queste settimane è molto stimolante.

In più mi sento utile, un aspetto fondamentale della nostra vita, mi muovo e procuro quello che serve alle persone che amo, oltre ad avvertire ancora di più il senso di responsabilità verso chi lavora con me.

Certo, vivo anch’io qualcosa di particolare perché mi rendo conto di rischiare e di essere quindi un portatore del veleno che conosciamo, per questo evito qualsiasi contatto ed è dura.

Nulla comunque in confronto a chi combatte negli ospedali, ma anche a chi si sveglia la mattina e ha davanti almeno quindici ore di vuoto: forza e coraggio a tutti voi. 

Me lo ricordo bene qual era l’angoscia degli anni settanta: ogni giorno un morto o di più, uomini senza nome, uccisi in un delirio narcisistico da criminali che a distanza di decenni qualche volta provano a spiegarci come si vive.

Anche questa sera alle 18 sapremo quanti se ne sono andati, numeri sempre più impressionanti, paure che ci prendono da dentro e chissà mai quando se ne andranno.

Ma quelli che non ci sono più, esattamente come i caduti vittime delle follie brigatiste, sono persone, non numeri, vittime innocenti di qualcosa che oggi come allora nessuno sa spiegarsi.

E vorrei avere la penna giusta o il microfono sensibile per raccontare la loro storia quando ripartiremo.

Perchè ripartiremo, non so quando, ma torneremo a vivere.

Babbi e non papà, tanto per essere chiari, visto che siamo in Toscana.

Babbi che provano ancora a rappresentare la “legge”, come recitavano i manuali di psicologia, nonostante la demolizione tentata ai loro danni.

Babbi che rassicurano in queste settimane di paura.

Babbi che farebbero bene a ricordarsi di essere genitori, invece di “dimenticare” i propri figli solo per fare un dispetto alle madri.

Babbi che soffrono in silenzio, nelle modeste abitazioni dove sono costretti a vivere dopo dolorose separazioni, con la vergogna di non avere neanche una stanza per ospitare i ragazzi, o magari sono tornati dai loro babbi…

Babbi che non vivono con i figli e si confrontano ogni giorno con madri senza cervello e che però influenzano molto più di ogni loro sforzo e che per questo si alzano la mattina con il mal di stomaco.

Babbi che lavorano dodici ore al giorno e anche di più per assicurare un futuro ai figli e babbi che non versano gli alimenti, convinti di fare un dispetto alla ex moglie, trascinando così nella povertà chi amavano.

Babbi con il cuore e babbi con il cervello, meglio se si hanno tutti e due.

Resistere, resistere, resistere. Soprattutto sul piano psicologico.

Mi sento un fortunato perché posso muovermi per lavoro, portandomi però dentro la paura di fare del male indirettamente a chi amo. Per questo sono attentissimo a tutto, rinunciando alla quotidianità.

Sono giorni strani, anche stimolanti per il lavoro, il timore è per la lunghezza dell’anomalia, il senso di stanchezza che prenderà un po’ tutti.

Bisogna attrezzarsi mentalmente, pensare davvero di essere in guerra, una sensazione mai provata dal 90% degli italiani, eppure è la sola strada per non cadere in depressione.

E ce la faremo.

Nei primi giorni c’è quasi sempre un effetto straniante e un po’ stimolante perché questo producono le novità.

In questo week end secondo me ci sarà il primo contraccolpo psicologico per svariati motivi: non possiamo uscire, vedere gli amici, portare i figli a giocare, manca il calcio e alla fine la libertà.

In più ormai abbiamo capito che la scadenza del 25 marzo, peraltro parecchio distante, è molto teorica e quindi non vediamo la fine del tunnel. Terribile, lo so.

Coraggio amici e amiche, è durissima, ma ce la faremo, se rispettiamo le regole.

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