Fiorentina


Ormai ci sono degli evergreen  nel commentare la Fiorentina di cui non è possibile fare a meno.

Uno tra i più gettonati riguarda l’assenza dei Dalle Valle: spariti, volatilizzati, dispersi nelle Marche.

Ovviamente se avessimo vinto a Frosinone e contro il Cagliari qualche settimana fa Diego e Andrea potevano starsene a Casette d’Ete a giocare a tresette senza che nessuno alzasse un dito sul computer o desse fiato alle trombe.

Sinceramente non ho capito bene cosa dovrebbe fare Andrea (Diego è fuori concorso da anni)?

Abbiamo pareggiato quattro partite di seguito e va bene, ma non è che siamo precipitati in zona retrocessione, siamo sempre lì, anche se col morale più basso e poca vglia di sognare.

E quindi cosa avrebbe dovuto dire Della Valle? E quando?

E se per caso prendesse il posto di Pioli e parlasse ad ogni vigilia senza dare la formazione avremmo qualche punto in più in classifica?

Comunque sia: non ci sono più le mezze stagioni, Venezia è bellissima, ma non ci vivrei, le generazioni di oggi sono peggio di quelle di ieri e…i Della Valle sono spariti.

Se tre indizi fanno una prova, quattro diventano una quasi certezza: qui c’è un problema di testa.

Non si possono subire quattro rimonte consecutive, di cui tre con Frosinone, Cagliari e Torino, non Juve, Napoli e Inter.

Mancano dei rilievi statistici, ma siamo ad un piccolo record viola di cui avremmo fatto volentieri a meno.

La storia è più o meno la stessa: sbagliamo il colpo del due a zero e gli altri pareggiano, normale no?

Questa sosta è piuttosto avvelenata, ci siamo involuti sul piano del gioco e domani sera possiamo essere decimi.

Ci affidiamo sempre e comunque a Chiesa, mentre Gerson e Pjaca non inventano e nemmeno si dannano l’anima.

E Simeone? Uno spunto in 85 minuti, più la rabbia (con se stesso, immagino) per una situazione che sta diventando cronica.

Il primo acquisto di gennaio deve essere per forza un attaccante che dia garanzie, in appoggio o in sostituzione del Cholito.

Con questa storia del settimo posto rischiamo di afflosciarci sotto tutti i punti di vista.

Il primo a sbagliare fu in estate Andrea Della Valle, perché il presidente (o proprietario, ma cambia poco) di una squadra come la Fiorentina ha il diritto-dovere di puntare in alto, di essere più visionario dei suoi colonnelli. Sono certo che oggi non direbbe più la stessa cosa.

Quella dichiarazione, insieme ovviamente ad un mercato non certo da squadra che lotta per lo scudetto, ha lasciato nell’aria un profumo impegatizio che non mi piace per niente.

Come dire: si va bene, abbiamo pareggiato tre partite in cui ci hanno sempre rimontato, ma in fondo siamo ottavi, mica troppo lontani dall’Europa e dall’ormai mitico settimo posto…

Non è che si debba fare la rivoluzione perché non si vince da settembre, ma mi piacerebbe sradicare questa patina di grigiore che sembra avvolgerci un po’ tutti e che ci rende emotivamente sterili quasi come l’attacco viola.

La partita di Frosinone sembra fatta apposta per farci uscire da questa mediocrità psicologica, però bisogna sfruttare l’occasione.

Un portiere che para e un attaccante che segna, non è difficile.

Noi stiamo svezzando il portiere abbiamo perso il centravanti, a cui forse ho dato un voto fin troppo generoso sul Corriere, forse perché intenerito dall’enorme impegno che ci mette.

L’aspetto positivo è che la Roma, candidata alla Champions, è stata almeno sul nostro stesso livello, se non peggio.

Quello negativo è che ci hanno rimontato per la terza volta consecutiva e che la classifica questa sera sarà piuttosto opaca.

Tornando a Lafont, al di là dell’errore decisivo sul gol di Lafont, mi preoccupa l’insicurezza che trasmette in ogni uscita e contagia l’intera difesa, che ha nel portiere l’elemento più debole.

Non credo che si danneggi lui o la Fiorentina nel sottolineare la situazione, siamo a livelli altissimi di professionismo, non nel calcio giovanile, anche se il ragazzo ha solo 19 anni, ma se lo mettono in porta vuol dire che lo considerano pronto a sopportare lo stress del professionista.

Negli ultimi 25 anni la Roma, dal simpatico “appoggio” per npon segnare di Carnevale in poi,  ha scalato le posizioni nella speciale classifica dell’antipatia: voi in quali posizione la collocate?

E qual è la vostra personale graduatoria?

Porto Cosimo a giocare la partita dei bambini a San Piero a Sieve e scopro che l’allenatore dell’altra squadra è Claudio Merlo, uno dei più forti giocatori della storia viola e anche uno dei meno omaggiati dai tifosi.

Alle nove del mattino sta sistemando il campo con la stessa attenzione con cui mandava in gol Chiarugi e Maraschi.

Ha 72 anni e ne dimostra almeno dieci di meno: si accerta che negli spogliatoi sia tutto a posto e poi si sistema in panchina, regalando le sue perle di saggezza calcistica agli undicenni che hanno la fortuna di averlo come allenatore.

Merlo è stato uno dei più vincenti in assoluto a Firenze, con lo scudetto del 1969, una Coppa Italo-inglese e due Coppe Italia, la seconda delle quali lo vede immortalato, con la maglia del Milan appena scambiata mi pare proprio con Chiarugi, a ricevere il trofeo da un super sorridente Artemio Franchi.

Era uno dei miei idoli da bambino, mi capitò di conoscerlo quando ero un po’ più piccolo di Cosimo e mi sembrò quasi impossibile poterci scambiare due parole.

Ritrovarlo quasi cinquant’anni dopo su un campo di calcio così felice di essere ancora dietro ad un pallone ha per me quel qualcosa di magico che è poi l’essenza stessa del calcio.

Il calcio è questo ed è il suo bello: giochi molto peggio che a Milano e Roma e porti a casa un pareggio tutto sommato interessante per la classifica.

Ma giochiamo male, abbiamo perso velocità e misura tra i reparti, chi ha il pallone deve andare verso una sola soluzione obbligata.

Puntiamo sempre e solo su Chiesa e se succede, come nel primo tempo, che lui la veda pochissimo sono dolori per tutti.

E gli altri?

Benassi, gol a parte, Edimilson, Mirallas, Eysseric, “Paperino” Simeone, Gerson?

Pjaca in panchina, e quindi peggio si deve presumere degli altri, è la migliore o peggiore fotografia di questo momento difficile.

Banalizzando si potrebbe dire che il Cagliari ha avuto un centravanti e noi no, perché l’assist di Chiesa nel primo tempo non è troppo diverso da quello che ha mandato in gol Pavoletti, ma non basta.

Castro e Barella ci hanno spesso messo nel mezzo, correndo di più e meglio, Pjaca continua a balbettare e in fondo davanti ci affidiamo solo agli strappi di Chiesa.

Non mi pare sia un problema di schemi che mancano, piuttosto di interpreti che saltano poco l’uomo, che non incidono.

Ci stiamo oggettivamente ridimensionando, o meglio scivolando in quella lotta per il sesto, settimo posto che (purtroppo) è la nostra aspirazione in questa stagione.

Il centravanti comunque comincia a diventare un problema, va aiutato a ritrovare fiducia anche perché non abbiamo, e questo è un errore del mercato, alternative al momento credibili.

Sono stato l’altro ieri in Croazia e mi sono reso conto di quanto sia apprezzato Pjaca, che pure ha giocato solo un pezzetto di Mondiale.

In quella Nazione il calcio è una religione, più o meno come da noi.

La domanda che mi faccio è la seguente: se la seconda Nazionale più forte del pianeta continua a dargli fiducia, aspettando che si esprima secondo le proprie potenzialità, forse potremmo essere anche noi un po’ più indulgenti e pazienti prima di dichiararci delusi, o no?

Certo, domani dovrete e potrebbe essere la “sua” partita ed insisterei su di lui senza se e senza ma, almeno fino a quando lo sorregge la condizione fisica.

Ho appena finito di leggere il libro di Totti, scritto con Paolo Condó e l’ho trovato molto divertente e pieno di aneddoti.

Spalletti che gira nudo per Trigoria, la vigilia della finale Mondiale con i giocatori che si addormentano alle 6 del mattino, l’infinita tristezza dell’addio di un fuoriclasse che avrebbe sempre e solo voluto giocare a calcio (come lo capisco, quanto manca anche a me, mediocre mezz’ala).

Totti ha destinato ogni anno cifre spaventose per beneficienza nascosta, pare un decimo dello stipendio, e mi è sempre piaciuto ancora prima di parlarci due volte per cinque minuti a causa dell’infatuazione della secondogenita.

In certi passaggi del libro ci ho rivisto Antognoni, che però non è nato a Firenze e certi passaggi non sono accostabili, ma l’amore per un’unica maglia quello sì.

 

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