Attualità


Strepitosa cena di pesce di qualche settimana fa, compagnia giusta, serata incantevole, poi il punto di non ritorno: quel gran genio di mio cugino Daniele (amatissimo dai miei figli in quanto portatore sano delle ultime diavolerie su praticamente tutto) decide che…forse sì, forse sul mio cellulare preistorico con i tasti si può mettere whatsapp (si scriverà così? Boh).
Prova che ti riprova, alla fine ci riesce e…nulla fu più uguale.
Scopro quasi subito che con il marchingegno Valentina e Camilla rispondono molto di più e molto più velocemente rispetto agli sms.
Dopo qualche giorno mi accorgo per caso che accanto ai numeri ci sono pure le facce delle persone (di qualcuno in verità avrei pure fatto a meno), oppure qualcosa di strambo, tanto per voler essere originale a tutti i costi.
A quel punto compio il passo di non ritorno e mi compro l’Iphone tre l’incredulità delle ragazze: per tre-giorni-tre lo guardo preoccupato nella scatola, avvicinandomi ogni tanto con circospezione e rispetto, quindi decido per una serie di lezioni che mi avrebbe dato Camilla.
E così è andata, in un crescendo abbastanza penoso per i miei interlocutori/interlocutrici comincio a scattare foto e piccoli filmati la cui utilità è piuttosto oscura al resto dell’umanità, ma che mi hanno fatto e fanno sentire partecipe del nuovo mondo.
In un paio di casi azzardo pure il messaggio audio, vergognandomi un po’.
E oggi finalmente compio un altro passo verso la mia totale evoluzione tecnologica, manco fossi un Pokemon: per la prima volta in vita mia arrivo in fondo da solo e “appena” al sesto tentativo al check-in on line.
Come Fantozzi con l’autobus da prendere al volo: non l’avevo mai fatto, ma l’avevo sognato per anni.
Domani però vi dico se io e Cosimo siamo partiti oppure no…

Arrivi ad un certo punto della tua vita in cui devi per forza fare i conti con quello che sei, pregi e difetti.
Per esempio, invecchiando, io sono diventato di un sentimentalismo inimmaginabile verso i miei figli, e dopo aver montato un blanda resistenza per qualche tempo adesso vado giù dritto senza ritegno.
Roba da far impazzire ogni indicatore di glucosio…
A volte penso che dipenda dal fatto di aver contribuito alla loro nascita (perché i meriti, diciamo la verità, sono all’80% della mamma: se dipendesse da noi maschi il mondo si estinguerebbe in fretta…) in età non più giovane e tralascio Cosimo perché lì ero quasi fuori tempo massimo.
Comunque sia, ieri sera rientrava Camilla dopo 15 giorni in Inghilterra e ho “costretto” il pargolo di casa ad aspettarla all’aeroporto con un bouquet floreale che a Peretola si distingueva molto bene in mezzo alla piccola folla perché era l’unico.
Gli altri trenta genitori erano tranquillamente in attesa, o almeno così sembravano, del ritorno di quell’essere strano e multiforme chiamato adolescente.
Io no, ero veramente emozionato, nemmeno Camilla fosse andata al fronte durante la prima guerra mondiale e tornasse viva da anni di battaglie in trincea.
Non oso immaginare il giorno in cui diventerò nonno, ma almeno lì si gode di un vantaggio inestimabile: si potranno viziare i nipoti senza ritegno, tanto poi toccherà ai lor genitori la durissima arte del recupero.

Non immaginavo che fosse così entusiasmante l’inizio dell’avventura a Radio Bruno Toscana.
Sarà forse perché è magicamente coincidente con una nuova e bella fase della mia vita privata, fatto sta che mi sto divertendo molto, pur nelle inevitabili difficoltà dell’inizio.
Per esempio è molto importante avere gli ospiti in studio, ora che finalmente siamo a Firenze, che era poi il mio sogno da 35 anni.
Ne abbiamo avuti due al giorno, a volte pure tre, e le cose cambiano perché il ritmo aumenta, gli argomenti variano, io, che sono ormai un rompipalle a livello europeo, riesco perfino ad essere soddisfatto.
Poi c’è l’aspetto tecnico: Prandi e Bolognesi ti assistono in tutto, e se è vero che abbiamo sottovalutato il problema delle frequenze è altrettanto certo che entro l’inizio del campionato tutto sarà a posto e la radiocronaca avrà una diffusione ancora maggiore rispetto a prima.
Lavorare in coppia con Maurizio è come andare in piazza Savonarola da ragazzi, se arrivassero il Campucci, il Mosca, il giovane Sandrucci e il Paoletti si potrebbe pure pensare ad un bel tre contro tre nel giardino di inverno adiacente ai nostri bellissimi studi.
Poi magari stiamo fermi per una settimana causa dolori articolari, ma questo è un altro discorso.
Chiudo con un ringraziamento doveroso alle tantissime persone che ho incrociato a Moena e che mi hanno dimostrato affetto chiedendo una foto o un autografo allo stand di Radio Bruno Toscana.
Sentendo il loro calore, ascoltando le accorate lamentele perché non potevano sentire il Pentasport, ho capito una volta di più la responsabilità di guidare un gruppo che magari ha già fatto qualcosa nella vita mediatica viola, ma che ogni giorno deve dimostrare di meritarsi gli ascolti che ha.

P.S. Per il discorso frequenze: ci date tempo fino al 31 luglio?
Ragazzi, avrete delle bellissime sorprese…

Care mogli, mamme, nonne, fidanzate, sorelle, amanti occasionali e non occasionali, non disperate.
Esiste una minima possibilità (proprio minima, eh) che il genere maschile migliori leggermente in quella che è una delle sue caratteristiche più insopportabili: il grido di dolore di fronte al più piccolo malessere fisico.
Certo, ci vuole un po’ di tempo, nel mio caso “appena” una cinquantina d’anni, ma poi qualcosa forse accade.
A qualcuno dei miei colleghi maschi comunque non succede mai e questo mi consola.
L’altra metà del cielo partorisce, sta male, se va bene, tre giorni al mese, fa analisi invasive come se andasse al lavoro, pulisce cacca e vomito dei piccoli e mi fermo qui.
Noi spesso abbiamo dei problemi per una TAC, ma ci sono dei margini di crescita ve lo assicuro.
Per esempio: non penso più due giorni prima che dovrò fare un’analisi del sangue due giorni dopo.
E non formulo più ipotesi fantasiose sull’al di là quando sono colto da un’influenza gastrointestinale, come mi sta succedendo in questi giorni.
Non vorrei esagerare, ma posso dichiarare con fierezza che ho sopportato con virile rassegnazione i molti tragitti verso il bagno ed il malessere generale senza mai pretendere che il mondo si fermasse per assistermi.
Ancora una ventina d’anni e poi sarò completamente affidabile.

Non ho resistito alla tentazione della citazione pirandelliana, ma in verità avrei dovuto scrivere cinquantenni smarriti.
Eccola qui oggi la generazione dei ragazzi degli anni sessanta: la maggior parte di noi è in difficoltà perché abbiamo posticipato il problema.
Nel senso che la famosa crisi di mezza età, che ai tempi dei nostri genitori era ai quaranta, adesso l’abbiamo spostata avanti di un buon decennio.
Si fanno i bilanci e non sempre i conti tornano, così si pensa spesso di far scorrere all’indietro le lancette del tempo di un bel po’ sia nei ragionamenti, che nei valori interiori e nei comportamenti.
Alcuni se ne approfittano e diventano nuovamente adolescenti, incuranti del senso del ridicolo ed imbarazzanti agli occhi dei figli.
Poi ci sono quelli come me, innamorati persi della storia, sempre pronti a guardarsi indietro e anche questo è uno sbaglio perché tanto il passato non si cambia e non è affatto detto che il meglio debba ancora venire, anzi.
Insomma, cari ventenni, trentenni e quarantenni: attrezzatevi.
Perché la nostra è un’età difficile, ma non impossibile.
State però tranquilli che ce la potrete (forse) fare anche voi.
E poi la vita riserva ogni tanto delle emozioni uniche, cristalline, che neanche a pensarle delle notti intere avresti potuto immaginarle così belle.

Lo scrivo o non scrivo? Lo scrivo.
Oggi è il mio ultimo giorno a Radio Blu dopo quasi 13.000 giorni passati insieme, una vita.
Per una volta mi faccio da parte e lascio a voi lo spazio per ricordare se c’è stato qualcosa che merita di restare nei vostri ricordi e che volete condividere con me.
Vi leggerò con grande piacere ed emozione.

Riepilogando: ci si affanna, si soffre, si inganna il prossimo, si vive spesso inseguendo idiozie e chimere, e poi?
Stamani sono particolarmente introspettivo perché una mezz’ora fa mi hanno tamponato da dietro con la moto: nessun danno fisico, qualche problema meccanico, la sensazione non proprio straordinaria di stare per cascare per terra mentre riuscivo per fortuna, nonostante i quasi 55 anni, a reggere lo scooter.
E’ andata bene, ma se non fosse stato così?
Se improvvisamente la nostra vita venisse spezzata o solo interrotta gravemente da un banale incidente alle 6 di mattina sulla via Chiantigiana?
Dobbiamo arrivarci per esperienza diretta, oppure forse riusciamo a capire, pensandoci cinque minuti al giorno, che bisogna cominciare a liberarci da tutte le nostre seghe mentali (scusate il linguaggio, non da Accademia della Crusca, ma rende l’idea)?

Ci vorrebbe un genio che inventasse il manuale del perfetto genitore.
Oddio, mi sono allargato: basterebbe quello del genitore che fa meno danni possibile e già il genio diventerebbe milionario con i diritti d’autore.
Per esempio: qual è il tempo giusto per stare agli “elettronici”, come chiamo con Cosimo l’intera famiglia di aggeggi che comprendono, tablet, youtube e, soprattutto, i famigerati (per me) videogiochi?
Due ore?
Diciotto?
Dieci minuti?
E chi lo sa?
Si legge di tutto, dallo sviluppo di determinate facoltà mentali, all’abbrutimento che potrebbe trasformare il pupo in un futuro e potenziale tifoso della Juve.
E allora si vive tutto questo con un ondivago senso di colpa, cercando di imporre regole da fabbrica inglese dell’ottocento: per ogni ora di videogioco, un’ora di lettura.
Il rischio naturalmente è quello di essere denunciato al Telefono Azzurro, di cui Cosimo ancora per fortuna non conosce il numero.
L’alternativa è arrendersi ed essere fatti prigionieri dalla PS4, PS5, PSspeciale, Xbox, e come cavolo si chiamano tutte le varie piattaforme diventando anche noi Supermario, ma quello vero, non quello che gioca nella Fiorentina.

Quanto mi manca Manuela, quanto avrei voluto vederla sentirla in questo ultimo anno, farmi consigliare, ascoltare le sue parole mai banali.
E quanto corre in fretta il tempo: sono già passati cinque anni da quando è “dovuta partire” e uso questa espressione, partire, perché se fosse dipeso da lei non se ne sarebbe mai andata.
Attaccata alla vita, combattente fino a quando le forze l’hanno sorretta, capace di dolcezze che chi l’ha conosciuta solo come polemista calcistica nemmeno riesce ad immaginare.
A volte mi sorprendo a pensare dentro di me, e nell’ultimo anno più che mai: cosa avrebbe detto Manuela?
Sarebbe d’accordo con quello che sto facendo o no?
Questa è l’eredità più bella che una persona può lasciare alle persone a cui ha voluto bene, altro che soldi, case o gioielli.
“Voglio pensare che ancora mi ascolti e che come allora sorridi”.

Per cosa riuscite ancora ad emozionarvi?
Non parlo solo ai coetanei, ma anche a chi è più giovane, pregando di fare molta attenzione a questa parola: ancora.
Ormai siamo rotti a tutto, sappiamo ogni cosa, abbiamo provato mille esperienze cogliendo pochissimo di quello che di bello la vita ci offre ed il risultato è che ci sfuggono le tante occasioni per provare un brivido.
La distinzione tra noi maschietti e l’altra metà (migliore) del cielo è per fortuna oggi molto meno netta di quando da ragazzo cominciavo come tutti ad emozionarmi e vigeva la regola non scritta ma quanto mai immanente secondo cui l’uomo non piange.
Non è un caso che una delle pubblicità più penetranti di quei tempi fosse quella “dell’uomo che non deve chiedere mai”, nel senso che tutto gli era dovuto, pare per diritto divino.
No che lo dicessero apertamente, quello no, ma lo pensavano tutti.
Quarant’anni dopo si potrebbe usare la stessa formula, ma con un significato “leggermente” diverso: l’uomo non deve chiedere mai perché nessuno, ma proprio nessuno, lo sta a sentire…
Soprattutto (e giustamente) se lui non si mette sullo stesso livello della sua compagna.
E comunque da un bel po’ di anni ci siamo concessi anche noi uomini questo lusso: possiamo piangere ed emozionarci liberamente, qualcosa che pare non dispiaccia neanche troppo a chi dobbiamo piacere, anzi.
Se ce lo avessero detto prima, ci trattenevamo meno e vivevamo meglio.

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