Attualità


Oggi, nel giorno della festa degli innamorati, si può tranquillamente affermare che le donne vengono da Venere e gli uomini…non si sa più da dove.

Qualche anno fa mi lanciai in una spericolata e presuntuosa spiegazione dell’universo maschile con la mia figlia più grande e affermai che in fondo capirci non era troppo difficile perché avevamo tre leve che muovevamo a seconda delle circostanze: cibo, gioco (spesso calcio) e sesso.

Inutile quindi pretendere di più, troppo complicato per noi.

Bastava azionare con sapienza queste leve e il gioco era fatto,

A dieci anni di distanza da quelle parole non ne sono più troppo convinto, sarà per le esperienze personali che ho avuto, sarà perché verso i 55 anni sono uscito dall’adolescenza emotiva, fatto sta che noi maschi oggi siamo in mezzo al guado.

Dobbiamo essere forti e teneri, comprensivi e risoluti, rappresentare con i figli l’autorità senza mai scadere nell’autoritarismo, insomma un bel po’ di cose insieme, altro che solo gioco, cibo e calcio.

Dobbiamo essere tutto questo,se vogliamo entrare in sintonia con le donne, ma mi pare che non sia così semplice e che molti si tirino indietro e coltivino i propri bisogni primordiali: divertirsi con le signore e signorine più disponibili, mangiare e molte partite da giocare o vedere.

Sbagliano loro o sbagliamo noi che per amore abbiamo provato e stiamo provando a mutarci geneticamente?

Il dibattito è aperto.

Qualcuno di voi lo ha davvero capito?

Si accettano spiegazioni di ogni tipo, a volte pare di vivere in una realtà parallela e invece siamo (per fortuna) in Italia, nel mondo occidentale  con i suoi cardini fondamentali: il libero pensiero e il libero arbitrio.

E comunque, per quanto mi sforzi e per quanto i francesi, salvo alcune eccezioni che cominciano da Frey, non mi rimangano particolarmente simpatici, non trovo motivazioni valide per essere richiamato dall’esercito, indossare la mimetica e andare sul fronte.

Neanche ripensando al furto di Lione nel settembre del 2008, la sera in cui venne annunciata, pensa un po’, la conferenza per la presentazione del nuovo stadio.

 

Mi ha molto colpito il tweet di Mario Calabresi che a sorpresa viene rimosso dalla poltronissima di direttore di Repubblica e che con orgoglio rivendica la bontà del suo lavoro, precisando che il calo delle copie sotto la sua guida è passato dal 14 al 7%.

Cioè, se ho capito bene, Repubblica vende ogni anno il 7% in meno rispetto ai dodici mesi precedenti e il direttore è soddisfatto?

Il problema, però, non è di Calabresi, che forse non era lucidissimo nella sua esternazione, ma della mia adorata carta stampata, che sta andando verso un più o meno lento inesorabile declino.

Leggere i giornali vergati di inchiostro e non su un tablet è per me ancora fonte gioia e di ristoro mentale, ma temo di essere ormai in netta minoranza e sarà un bel problema per le ipertrofiche redazioni dei più importanti quotidiani italiani: non mi pare una bella notizia per nessuno.

Non puoi essere normale se nasci ebreo e non importa se, come nel mio caso, non esiste nessun vero legame religioso con la fede dei tuoi genitori perché si tratta di qualcosa di casuale.

Essere ebrei significa sentirsi diversi da subito, perché ti insegnano la grande sciocchezza (secondo me) di appartenere al popolo eletto, cioè essere qualcosa più degli altri, condizione che ovviamente non ti rende proprio simpatico agli occhi del mondo, ma questa cosa la capisci (se la capisci) solo un bel po’ di decenni dopo la tua venuta al mondo.

Ti insegnano che Israele è più e meglio di tutto e di tutti, che lì sono ganzi qualsiasi cosa facciano, compreso come trattano i palestinesi, e che il mondo ti è debitore per la tremenda tragedia (questa purtroppo terribilmente vera) della Shoah.

Insomma, esci a quattordici anni  dalla scuola ebraica con un lavaggio del cervello completo e sei pronto ad immolarti dialetticamente contro chiunque.

Poi, se hai qualche neurone che gira correttamente nel cervello, aggiusti con molta fatica il tiro capendo molto altro e cominciando ad avvertire la fatica di sentirsi diverso, quando invece ti senti assolutamente un italiano uguale agli altri.

Ascolti con fastidio i soliti stereotipi: gli ebrei si aiutano sempre tra loro (una balla totale), gli ebrei sono i più abili nel commercio (vera a metà e motivata dal fatto di essere quasi sempre in fuga e quindi dal doversi arrangiare), gli ebrei cercano sempre di sposarsi tra loro (questa è in gran parte vera per i credenti) e altro ancora.

Le prime volte controbatti, poi ti arrendi e lasci parlare, tanto sono luoghi comuni così radicati che combatterli è tempo perso e provi piuttosto a guerreggiare con quel senso di persecuzione che ti accompagna, e non potrebbe essere altrimenti, fin da quando capisci qualcosa.

A volte vinci e a volte perdi, è la vita.

Ecco, ho provato a spiegarvi cos’è un ebreo laico che da sempre sogna la creazione di due Stati (Israele e Palestina) a pochi giorni dalla Giornata della Memoria.

…eppure credo di essere uno che legge molto e cerca di informarsi parecchio.

Non sapevo che nel 2004 Roberto Saviano fosse tra i firmatari per l’appello in favore di Cesare Battisti.

E’ qualcosa di strabiliante, alla rovescia: aveva 25 anni ed era quindi abbondantemente nell’età della ragione, chissà cosa gli è passato per la testa.

E ancora: possibile non abbia mai sentito il bisogno di recitare un mea culpa mediatico, perché di idiozie ne facciamo nella vita, ma dovremmo avere la coscienza di chiedere scusa, soprattutto quando ti ergi a campione di moralismo e su quello costruisci la tua fortuna mediatica ed economica.

 

E a proposito di giornalisti, oggi compie 50 anni Francesco Selvi, l’ex ragazzo che 26 anni fa cominciò con me a cercare di farsi strada e che oggi è diventato un fior di professionista.

E’ stato inviato alla 7, splendido direttore di RTV38, adesso è un battitore libero che lascia spesso il segno con i suoi servizi.

Il raggiungimento della cifra tonda mi fa pensare al tempo che passa, ma anche all’affetto con cui l’ho seguito e alla stima che ho per lui, tanto da cedergli per due giorni l’opinione alle 6.50 del mattino a Radio Bruno.

E, insieme a pochissimi altri, Francesco è una delle poche persone di cui mi fido, un vero e proprio hombre vertical.

E’ un po’ come il coraggio per Don Abbondio: se non ce l’hai c’è poco da fare, proprio non ci arrivi.

La storia dei due ministri che accolgono Battisti, dandogli in pratica l’importanza di un Capo di Stato, è veramente triste e viene da pensare a cosa avrebbero dovuto fare i governanti dell’epoca quando presero il bandito Giuliano o Salvatore Riina.

In questo deserto comportamentale sta uscendo fuori sempre più pulita l’immagine del Presidente del Consiglio, che non è stato eletto dal popolo, non ha mai fatto politica nella sua vita precedente, non ha alle spalle potentati economici, ma almeno è stato dotato da madre natura di uno stile che lo colloca sempre più in alto rispetto alla stragrande maggioranza di quelli che governano con lui.

Il vice sindaco di Trieste che getta in un cassonetto le coperte di un clochard e orgogliosamente riprende tutto a favore di Facebook segna personalmente il punto di non ritorno per ciò che sento verso il genere umano.

Chili e anni di melassa buonista propinatami/ci dalla sinistra hanno fatto crescere in me imbarazzanti germogli salviniani, oltre all’insopportabile prosopopea sinistroide che vuole gli illuminati sempre i migliori di tutti.

C’è però un limite al cinismo, agli italiani che vengono prima di tutto, all’egoismo sdrucciolo che abbiamo tutti quanti, e quel limite con quella coperta gettata via con totale sprezzo del genere umano è stato varcato.

Quel clochard rimasto senza qualcosa che lo coprisse può essere italiano o straniero, non lo so e non mi interessa.

Mi è però venuto in mente che quel clochard avrei anche potuto essere io, se non avessi avuto la forza e la fortuna di “tenere” economicamente e psicologicamente dopo una separazione con tre figli che nella stragrande maggioranza dei casi è uno tsunami che si abbatte sulla parte maschile.

E non mi sarebbe affatto piaciuto se il vice sindaco della città che mi ospitava mi avesse privato dell’unica mia difesa dal gelo di questi giorni: dopo mesi di celodurismo, bisogna ricominciare a mettersi nei panni degli altri, facendo tesoro degli errori del passato.

Tutti noi maschi abbiamo lasciato e siamo stati lasciati e sto parlando ad un’ipotetica platea che va dai trent’anni in su.

Ognuno nel secondo caso reagisce a modo suo, seguendo le proprie inclinazioni, ma esiste un minimo comune denominatore che deriva dall’imprinting maschile: il senso del possesso, quella cocente frustrazione per la perdita di qualcosa che è stato nostro, una deriva esistenziale a cui le donne giungono (per fortuna) in misura nettamente inferiore alla nostra.

Una donna che ci lascia ci pare una sconfitta senza scampo, una retrocessione in serie B causata da marchiani errori arbitrali, qualcosa di aberrante che necessita di rivincita e vendetta.

Difficilmente analizziamo i motivi della fine della storia, molto spesso reagiamo con una violenza verbale,  a volte fisica, una violenza che i migliori di noi contengono nel cervello di cui ci hanno dotato (leggete a questo proposito l’ultimo bel libro di Francesco Piccolo).

Mai però avevo sentito o letto di minus habens che avevano messo il guinzaglio alla compagna da cui stavano per essere lasciati, il tutto ovviamente dopo le consuete botte inflitte con la criminale consapevolezza che è un diritto picchiarla perché il “bene” di tua proprietà sfugge di mano.

E’ successo a Napoli, ma temo che potrebbe accadere ovunque, oppure qualcuno ha davvero messo altre volte la catena ad una donna e non è stato scoperto o denunciato, e a questo punto mi pare inutile ogni ulteriore commento.

Sarò più buono nel 2019?

Molto difficile, perché più buono di così…

Confesso una certa difficoltà nello stilare un memorandum per l’anno che tra poco va ad iniziare: qualcosa ovviamente non è andato come avrei voluto, le paure per le persone che amo ci sono sempre, ma se dovessi lamentarmi del 2018 sarei veramente un ingrato.

Sono stati dodici mesi molto intensi, pieni di lavoro, di soddisfazioni e con una luce accecante ad ottobre.

L’anno che sta arrivando tra un anno passerà, io mi sto preparando e questa è la novità…auguri a tutti voi.

Certe sensazioni sono dentro di noi, le puoi sonmergere di dolore o di rabbia, ma vivono lo stesso anche se nemmeno immagini che esistano.

La pienezza di questo mio Natale è particolare,   unica: niente viaggi particolari o spese pazze, solo la condivisione di sentimenti. Quelli autentici, non di facciata.

Si sta chiudendo un anno fondamentale della mia vita, un anno che ha aperto un capitolo affascinante di un cinquantottenne nel pieno (si spera…) della maturità.

E qui mi fermo, augurandomi davvero che anche voi possiate vivere questi giorni con la mia stessa intensità e serenità.

 

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