Il neologismo è brutto, lo so, ma rende l’idea.
Partiamo da un caso personale: il gentiluomo che giusto quattro anni fa mi minacciò telefonicamente dicendomi “ebreo di merda, vengo lì a staccarti la testa” è sempre in giro, mediaticamente forte e quasi tutti lo immaginano come una persona perbene.
Quell’offesa, a cui per una serie di motivi non ho dato seguito penalmente, mi è rimasta dentro a lungo a bruciare, e quando mi capita (purtroppo) di incrociare il tipo che l’ha lanciata, cambio strada, talmente mi fa schifo avere a che fare con lui.
Vogliamo provare a mettersi un attimo nella testa di Balotelli?
Mi dite che casino stava combinando o chi stava picchiando quando è arrivato un imbecille a gridargli “negro di merda”?
E ancora: esiste qualcosa che meriti di ricevere un’offesa così razzista e imbecille?
Se uno avesse riportato alla stampa quello che io, che non sono Balotelli, ho detto privatamente alle persone che mi sono vicine sul gentiluomo nei giorni successivi all’insulti, altro che la frase di Balotelli a Marchisio, rubata dalle telecamere.
Io sono d’accordo che sulla vicenda si sia troppo parlato a livello giornalistico, ma non sopporto il concetto “sì, ma allora perché non si va a vedere cosa succede là, perché certe cose accadono sempre a Balotelli” e via a seguire.
Magari la maggior parte delle persone lo fa in perfetta buonafede, ma non si deve mai alzare la guardia di fronte a queste cose.
Mai.
Il benaltrismo è l’anticamenra della giustificazione di un gesto che non deve appartenere alla nostra cultura, al nostro essere uomini e donne.