ottobre 2018


Porto Cosimo a giocare la partita dei bambini a San Piero a Sieve e scopro che l’allenatore dell’altra squadra è Claudio Merlo, uno dei più forti giocatori della storia viola e anche uno dei meno omaggiati dai tifosi.

Alle nove del mattino sta sistemando il campo con la stessa attenzione con cui mandava in gol Chiarugi e Maraschi.

Ha 72 anni e ne dimostra almeno dieci di meno: si accerta che negli spogliatoi sia tutto a posto e poi si sistema in panchina, regalando le sue perle di saggezza calcistica agli undicenni che hanno la fortuna di averlo come allenatore.

Merlo è stato uno dei più vincenti in assoluto a Firenze, con lo scudetto del 1969, una Coppa Italo-inglese e due Coppe Italia, la seconda delle quali lo vede immortalato, con la maglia del Milan appena scambiata mi pare proprio con Chiarugi, a ricevere il trofeo da un super sorridente Artemio Franchi.

Era uno dei miei idoli da bambino, mi capitò di conoscerlo quando ero un po’ più piccolo di Cosimo e mi sembrò quasi impossibile poterci scambiare due parole.

Ritrovarlo quasi cinquant’anni dopo su un campo di calcio così felice di essere ancora dietro ad un pallone ha per me quel qualcosa di magico che è poi l’essenza stessa del calcio.

Il calcio è questo ed è il suo bello: giochi molto peggio che a Milano e Roma e porti a casa un pareggio tutto sommato interessante per la classifica.

Ma giochiamo male, abbiamo perso velocità e misura tra i reparti, chi ha il pallone deve andare verso una sola soluzione obbligata.

Puntiamo sempre e solo su Chiesa e se succede, come nel primo tempo, che lui la veda pochissimo sono dolori per tutti.

E gli altri?

Benassi, gol a parte, Edimilson, Mirallas, Eysseric, “Paperino” Simeone, Gerson?

Pjaca in panchina, e quindi peggio si deve presumere degli altri, è la migliore o peggiore fotografia di questo momento difficile.

Quanti errori facciamo noi genitori nell’impostazione dell’educazione dei figli?

Abituato da sempre all’introspezione per capire dove e quando ho sbagliato negli ultimi 23 anni abbondanti, cioè da quando sono diventato padre, mi sono posto con più forza la domanda leggendo stamani il racconto della tragedia di Roma.

Una mamma di soli 15 anni più vecchia, un padre spacciatore, e va bene, ma è possibile non verificare se una ragazzina di 16 anni è davvero andata dall’amica come ha raccontato alla nonna?

Non c’è una formula magica per proteggere i nostri figli e col passare del tempo, da babbo separato, mi sono anche amaramente convinto che spesso gli sforzi che fai per comprenderli e aiutarli valgono almeno nell’immediato poco (spero comunque tanto nel futuro), ma esiste una soglia minima di attenzione da cui non è possibile esimersi.

Anche nelle situazioni più disagiate.

Banalizzando si potrebbe dire che il Cagliari ha avuto un centravanti e noi no, perché l’assist di Chiesa nel primo tempo non è troppo diverso da quello che ha mandato in gol Pavoletti, ma non basta.

Castro e Barella ci hanno spesso messo nel mezzo, correndo di più e meglio, Pjaca continua a balbettare e in fondo davanti ci affidiamo solo agli strappi di Chiesa.

Non mi pare sia un problema di schemi che mancano, piuttosto di interpreti che saltano poco l’uomo, che non incidono.

Ci stiamo oggettivamente ridimensionando, o meglio scivolando in quella lotta per il sesto, settimo posto che (purtroppo) è la nostra aspirazione in questa stagione.

Il centravanti comunque comincia a diventare un problema, va aiutato a ritrovare fiducia anche perché non abbiamo, e questo è un errore del mercato, alternative al momento credibili.

Sono stato l’altro ieri in Croazia e mi sono reso conto di quanto sia apprezzato Pjaca, che pure ha giocato solo un pezzetto di Mondiale.

In quella Nazione il calcio è una religione, più o meno come da noi.

La domanda che mi faccio è la seguente: se la seconda Nazionale più forte del pianeta continua a dargli fiducia, aspettando che si esprima secondo le proprie potenzialità, forse potremmo essere anche noi un po’ più indulgenti e pazienti prima di dichiararci delusi, o no?

Certo, domani dovrete e potrebbe essere la “sua” partita ed insisterei su di lui senza se e senza ma, almeno fino a quando lo sorregge la condizione fisica.

Ho appena finito di leggere il libro di Totti, scritto con Paolo Condó e l’ho trovato molto divertente e pieno di aneddoti.

Spalletti che gira nudo per Trigoria, la vigilia della finale Mondiale con i giocatori che si addormentano alle 6 del mattino, l’infinita tristezza dell’addio di un fuoriclasse che avrebbe sempre e solo voluto giocare a calcio (come lo capisco, quanto manca anche a me, mediocre mezz’ala).

Totti ha destinato ogni anno cifre spaventose per beneficienza nascosta, pare un decimo dello stipendio, e mi è sempre piaciuto ancora prima di parlarci due volte per cinque minuti a causa dell’infatuazione della secondogenita.

In certi passaggi del libro ci ho rivisto Antognoni, che però non è nato a Firenze e certi passaggi non sono accostabili, ma l’amore per un’unica maglia quello sì.

 

Ma a sessant’anni non si dovrebbe avere imparato qualcosa, almeno a chiedere scusa quando si sbaglia?

E invece Gasperini insiste, continua a parlare di valori etici, di giovani che devono dare l’esempio e sinceramente fatico, da quasi coetaneo, a seguirlo,

Come allenatore mi è sempre piaciuto e non l’acevo neanche trovato così urticante come ora dicono in molti e non capisco cosa gli sia preso con Chiesa.

Forse sarà meglio che taccia a lungo sull’argomento, meglio per tutti, a cominciare da Gasperini.

Boeri non può criticare la manovra di Governo sulle pensioni perché, pur essendo il presidente dell’INPS, non è stato eletto.

Chi mandò l’avviso di garanzia a Salvini per Acquarius si prese una grave responsabilità perché il malcapitato magistrato non era stato eletto.

Sinceramente era più originale Berlusconi, che nel 1994 si chiese chi mai fosse quel tale Spaventa che concorreva contro di lui per un seggio alla Camera e che “non aveva mai vinto una Coppa dei Campioni”, non fosse altro perché vincerla è certamente più difficile di occupare un posto in Parlamento.

E comunque, estremizzando il concetto così caro al nostro Governo, è deputato a parlare solo chi è stato votato e comanda:  ma chi poi esce dalla cabina di regia, promette di tacere fino a quando non tocca di nuovo a lui?

…rivedo tutta la mia vita e sono soddisfatto.

Errori, scelte sbagliate per superficialità, i miei difetti a cui da un po’ di tempo cerco di porre seriamente rimedio: tutto vero e tutto giusto, ma la vita è altro.

Anzi, è soprattutto altro: è l’empatia delle persone che ti vogliono bene, è l’amore della donna che ha deciso di condividere la sua vita  con te, sono i figli per cui sei costantemente in ascolto, è la creazione sul lavoro di qualcosa che ogni giorno si realizza attraverso quella magnifica invenzione che è la radio.

Essere diversamente giovane, avere 58 anni,  alla fine è proprio questo: saper assaporare il bello e il buono di ogni giorno, anche in mezzo alle battaglie e facendo rosicare chi prova a farti del male.

Mettiamola così: avremmo dovuto prendere tre punti tra Inter, Atalanta e Lazio e tre punti alla fine sono stati, ma resta l’amarezza.

Profonda e cocente.

Non si possono sbagliare quattro gol all’Olimpico e passi per Sottil, che ha avuto il braccino del quasi esordiente, ma da Benassi, Simeone ed Edimilson si deve pretendere di più, lasciando da parte il tiro murato all’impalpabile Pjaca in apertura.

Giochiamo nettamente meglio della passata stagione e non la mettiamo dentro, poi è ovvio che si paghi pegno e che magari un gol si prenda, anche perché stiamo svezzando calcisticamente Lafont, con tutti i rischi del caso.

Peccato, davvero peccato, perché come a Milano siamo stati più forti e più brillanti  e magari ci potremmo anche arrabbiare per un molto presunto fallo da rigore su Simeone, ma dovremmo prendercela prima di tutto con noi stessi.

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