aprile 2013


Quanto costa offendere vergognosamente i carabinieri feriti ieri a Roma?
Il punto di partenza sono i 4000 euro comminati alla Fiorentina per i cori anti Galliani, che, per carità, non sono il massimo dell’eleganza, ma che non mi sembrano neanche confrontabili con le nauseanti parole ascoltate ieri a San Siro da una parte (imbecille) della curva rossonera.
Facendo salvo il principio che ognuno ha i propri idioti in casa, da quelli che inneggiano a Superga e alla morte di Meroni, agli altri che ricordano felici l’Hysel, per finire ai razzisti di ogni razza e colore, vorrei che vi cimentaste in questo pronostico da bar sport: quanto daranno di multa al Milan per avere oltraggiato i carabinieri e, secondo me, l’Italia intera?
E lasciamo perdere gli insulti a Zanetti, perché lì la letteratura dell’imbecillità è straripante: si parte dal volo di Pessotto e si finisce ai problemi di cuore di Cassano o di vista di Gattuso e davvero non si riesce ad intravedere chi possa scagliare la prima pietra.

Scrivo queste poche righe direttamente dalla tribuna stampa di Marassi, dove sono ancora in estasi per lo spettacolo viola dopo il gol di Cuadrado.
Ero tra quelli che non credevano più al sogno Champions, adesso invece ci rimarrei male se non ce la dovessimo fare.
Ci rimarrei male e basta, poi applaudirei una proprietà, una dirigenza, uno staff tecnico e dei giocatori che ci hanno fatto ritrovare il gusto di tifare e soffrire per la Fiorentina.
Straordinaria la partita di Ljajic e Cuadrado, non ce n’è stato uno sotto il 6, alla fine erano storditi e non ci capivano più niente.
Montella ha ridicolizzato Rossi e qui a Genova la gente comincia addirittura a dire che in fondo non c’è tutta questa differenza con Ferrara.
Problemi loro, noi adesso godiamo e tifiamo Catania.

Via ragazzi, non ce la faccio, è più forte di me.
Partiamo da un presupposto: Gabriel Omar Batistuta è il più forte giocatore che io abbia visto a Firenze, forse a causa degli infortuni di Antognoni e della stramaledetta partenza anticipata di Baggio.
Comunque sia, la storia ci consegna questo: il più grande.
E di una generosità enorme, basta pensare alle infiltrazioni fatte per esserci sempre, forzature pagate a caro prezzo a fine carriera.
Ma per spiegarlo fuori dal campo, per raccontarlo umanamente per come l’ho conosciuto io, che pure ho vissuto con lui i primi mesi da quasi separato in casa con Lazaroni, mi viene da dentro irresistibile una strofa del memorabile pezzo di Giorgio Gaber “Io se fossi Dio”, quando l’immenso Gaber parla di Aldo Moro.
Ho i testimoni: chiedete alla redazione di Radio Blu cosa avevo pronosticato sul fatto che oggi potesse andare a trovare Montella (che non gli dette la maglia numero 9 quando passò alla Roma), Andrea Della Valle e tutta la Fiorentina.
Aveva di meglio da fare e in fondo sono fatti suoi, ma stavolta l’avevo azzeccata in pieno.
Niente di nuovo sotto il sole, Batistuta è fatto così e per spiegarvelo meglio vi ripropongo quello che scrissi dieci anni fa ne “La mia voce in viola” a proposito dei nostri rapporti (ho sbagliato il finale, come capirete leggendo).
E ora sono quasi pronto a scommettere che dopo questa mia esternazione ascolterete le sue parole in un’intervista a qualche radio che non sarà certamente Radio Blu, ma che ci volete fare, sono fatto così: testardo e sincero fino all’autolesionismo…

Pare che oggi alle 11 si possa ascoltare il grande Bati: sintonizzatevi…

IO E BATI
L’ultima volta che ci siamo visti è stata quando la Roma giocò a Firenze, nel febbraio 2002. Stavamo quasi per andare a sbattere l’uno contro l’altro ed era quindi impossibile ignorarci, così abbiamo alzato tutti e due lievemente la testa in un sofferto cenno di saluto. Questa “guerra” con colui che considero il miglior giocatore della storia della Fiorentina, almeno da quando vado allo stadio, è uno di quei passaggi spiacevoli e perfino dolorosi della mia piccola storia professionale.
Eppure l’inizio era stato splendido. Nel febbraio 1992 venni incaricato di andarlo a prendere all’allenamento per accompagnarlo a La Nazione, dove avrebbe condotto un filo diretto con i tifosi. In macchina parlammo di tutto, stabilendo una confidenza che è andata poi rafforzandosi nei suoi primi anni fiorentini. Ricordo le sue partecipazioni al Ring dei Tifosi, quando organizzavamo la trasmissione registrata apposta per lui, oppure il regalo della cassetta audio con dentro i miei urli per i suoi gol e tanti altri piccoli episodi. La frattura tra noi ha una precisa collocazione temporale: metà luglio 1997.
Batistuta non voleva rimanere alla Fiorentina, perché altre squadre gli avevano promesso almeno il doppio di ingaggio e così si barricò in un albergo a Roma, in preda ad una vera e propria crisi di nervi: o gli davano più quattrini o considerava chiusa la sua esperienza in viola. Con la radio realizzammo una diretta fiume dall’hotel dove i Batistuta (c’era anche il padre) ricevevano i dirigenti in un crescendo quasi insostenibile di tensione. Ad un certo punto prese la parola Rinaldo e disse quello che tutti pensavano: «ma che crisi nervosa! Questo qui vuole solo più soldi e non gliene frega niente se ha un contratto già firmato, così come non gliene frega niente della Fiorentina». Apriti cielo! Tutti sentirono quell’intervento, anche e soprattutto gli amici di Batistuta. Alla prima uscita stagionale della Fiorentina di Malesani, io ero in campo per realizzare le interviste di Telemontecarlo e quando mi avvicinai a Gabriel, lui rispose che con me non avrebbe parlato a causa delle dichiarazioni di Rinaldo, che però, a quanto ne sapevo, non era ancora diventato il proprietario di Tmc.
Nell’estate successiva, il tormentone del rifiuto di tornare a Firenze si ripeté ed io moraleggiai un po’ sulla storia dei contratti da onorare e sul fatto che i soldi non sono tutto nella vita. Avevo ragione nella sostanza, ma ancora non sapevo cosa mi sarebbe capitato quaranta mesi dopo, con certa gente che pensava ai quattrini quanto e più di Batistuta, valendo però un decimo del campione argentino. Le cose stavano precipitando e così una sera di ottobre, esasperato da questa polemica, mi misi a sedere accanto a Bati nel viaggio aereo di ritorno da Lecce a Firenze. Parlammo per un’ora, tra la curiosità generale dei suoi compagni e degli altri giornalisti, arrivando ad un compromesso: se Rinaldo avesse chiesto scusa per aver tacciato Batistuta di venalità, i nostri rapporti sarebbero tornati normali. Il che, tradotto nella quotidianità, avrebbe voluto dire che smetteva di chiedere ai giornalisti della mia radio e della mia televisione di passare le sue interviste solo se io non fossi stato presente alla trasmissione. Si poteva addirittura ipotizzare che potessi ospitarlo in qualche programma e che i compagni di squadra del suo giro, chissà, forse avrebbero ricominciato a salutarmi anche quando lui era nei paraggi. Bati voleva inoltre che l’intervento “riparatore” avvenisse in un momento di grande ascolto. Non fu facile convincere Rinaldo a chiedere scusa, ma poi accettò, per il bene della radio e, credo, soprattutto per affetto nei miei confronti. Il “mea culpa” andò in onda in un dopo partita, mentre eravamo collegati da Ginevra per seguire la sentenza relativa alla bomba carta di Salerno. Registrammo l’intervento e la cassetta fu portata dall’incolpevole Ceccarini al cospetto del divino capitano. «Questa me la metto sulle pa…», rispose Batistuta, decretando di fatto la fine dei nostri rapporti.
Nelle sue ultime stagioni fiorentine ci sono stati momenti perfino comici, tipo quando Bati aspettava in macchina fuori dagli studi di Canale Dieci la moglie Irina. Lei stava imparando a fare televisione e lui non voleva in nessun modo entrare negli studi, cioè nel territorio del “nemico”. Oppure quando depennò personalmente il mio nome dalla lista degli invitati alla festa del suo viola club, tra l’imbarazzo dei suoi “sottoposti”, che proprio a me si erano rivolti per pubblicizzare al massimo la manifestazione. Certo non sono stato troppo furbo a rimarcare tutte le volte che qualcosa di Batistuta non mi piaceva negli atteggiamenti che teneva fuori dal campo, ma non ho mai smesso di esaltare in radiocronaca le sue incredibili qualità calcistiche. Quando nel maggio del 2000 seimila tifosi invasero il Palazzetto dello Sport per dire no alla sua cessione, un ragazzo fece il mio nome al microfono come simbolo dei nemici di Bati. Ero in studio a condurre la diretta e sentii una fischiata generale nei miei confronti che mi gelò il sangue. Ma avevano ragione loro, perché anch’io, da tifoso, tra Batistuta e Guetta non avrei avuto dubbi su come schierarmi: uno era il campione più straordinario degli ultimi trent’anni e l’altro solo un cronista che raccontava da quasi quattro lustri le partite dei viola. In questi casi non conta chi ha ragione, ma chi ha regalato emozioni.
Prima o poi anche l’immenso Batistuta appenderà le scarpette al chiodo e quel giorno, se sarà possibile e se lo vorrà, mi piacerebbe passarci insieme un’altra ora, come quel viaggio fianco a fianco da Lecce a Firenze, solo che stavolta dovrà essere davvero il punto di partenza per un nuovo rapporto.

Valentina, Camilla e Cosimo hanno cose che non mi sarei neanche immaginato di possedere e non si tratta di tecnologia avanzata, solo di possibilità economiche.
Non ero povero, stavo nella media, ma pedalavo moltissimo per guadagnarmi prima il Morini 125 e poi l’A112, pagata con 36 cambiali che firmai grazie all’immotivata fiducia del concessionario (non volle nemmeno la firma di avallo di qualcuno, oggi mi riderebbero in faccia, visto che non avevo alcun reddito sicuro).
I miei figli fanno vacanze strepitose in Italia e all’estero, io andavo in tenda a Torre del Lago e mi sembrò di entrare in paradiso quando il mio amico Maurizio Passanti grazie alla martellante pressione di sua mamma riuscì a convincere l’Hotel Turismo di Viareggio (due stelle, col bagno fuori dalla stanza dove stavamo in quattro) ad ospitarci a prezzi vergognosi.
Avevo però rispetto a Valentina, Camilla e Cosimo un vantaggio inestimabile: pensavo che tutto fosse possibile, perfino fare il giornalista, anche se tutti dicevano che non c’era niente da fare se non mi iscrivevo ad un partito e non avevo parenti ricchi, importanti e a loro volta giornalisti.
Vivevo alla giornata, ma progettavo il domani con serenità, non mi sentivo assediato dall’idea che da lì a poco sarebbe finito tutto, che non ci fosse speranza per le mie speranze.
Da un po’ di tempo ho la sgradevole impressione che i miei figli possano vivere come in un fortino, loro come milioni di giovani: ci sono quelli fortunati che posseggono cose (molte cose) e che hanno solo paura di perderle, e ci sono quelli incazzati neri che quelle cose le sognano, le invidiano e pensano alla strada più breve per strapparle.
Spero di sbagliarmi, ma mi pare sia sparita la coesione sociale e anche la possibilità di scalare onestamente e con la fatica quotidiana le posizioni perché “tanto domani sarà peggio di oggi”.
Questa privazione dell’ottimismo è per me il danno peggiore che lasceranno gli anni veramente pesanti che stiamo vivendo.

Eccoci dunque vicini nuovamente a Delio Rossi, la più grande delusione viola degli ultimi anni.
Perché su Mihajlovic eravamo più o meno tutti d’accordo sul fatto che non ci piacesse, anche se poi si è dimostrato una persona perbene e semmai un allenatore che ha fatto proprio poco, annoiandoci in modo quasi letale anche nelle poche partite vinte.
Su Corvino ormai lo sapete bene come la penso, il voto finale è 6,5 (quindi un giudizio positivo, anche se il diretto interessato vorrebbe almeno 9, ma sarebbe lo stesso un po’ scontento…) e il disastro degli ultimi due anni, le cose inenarrabili viste e vissute sono più legate ad una folle e personalistica gestione del suo smisurato potere in società che ad errori di mercato.
Gli sbagli fatti dal 2010 in poi sono stati tantissimi, è vero, ma il tesoretto lasciato (Nastasic, Behrami, lo stesso Ljajic) ha aiutato il rilancio di questa stagione, questo è bene ed onesto ricordarlo.
Ma Delio Rossi, l’invocatissimo Delio Rossi, per tutti, me compreso, l’uomo della Provvidenza, accolto come e meglio di Prandelli, cosa ha lasciato a Firenze e alla Fiorentina?
Assolutamente niente in termini di gioco, anche se capisco come fosse difficile rimettere in piedi la barca in corsa.
E ha lasciato zero a livello di empatia e rapporti con la città perché ha assurdamente vissuto da eremita la sua esperienza in viola.
Tralascio le imbarazzanti dichiarazioni di rivendicazione personale in perfetto stile corviniano sulla bella squadra di quest’anno (questo e quello li avevo suggeriti io, avevamo pensato ad una rivoluzione eccetera), perché il punto è un altro e ci riporta sempre a quanto accaduto lo scorso 2 maggio.
La violenza di Rossi non ha alcuna giustificazione: era da licenziamento immediato e stop, come si conviene a qualsiasi società seria, non solo calcistica.
Quello che però è successo dopo è stato se possibile ancora peggio, quel suo arrampicarsi sugli specchi e parlare di mancanza di furbizia “perché se lo facevo nel chiuso dello spogliatoio non se ne accorgeva nessuno, ma io sono un uomo tutto di un pezzo e non un ipocrita”.
Eh no, se tu sei un allenatore e prendi a cazzotti un tuo giocatore, al chiuso o all’aperto che sia, sei solo un violento, perché le mani a casa mia si usano per mille cose, non per picchiare.
Il resto è fuffa, compresa quell’esaltazione di Rossi fatta da una parte per fortuna minoritaria del tifo che applaudiva al folle gesto per via dell’antipatia suscitata da Ljajic.
Se avesse cazzottato Jovetic veniva giù il mondo, Ljajic invece …”in fondo se le era meritate”
A pochi giorni dalla partita con la Sampdoria io rovescerei il concetto: non deve essere Rossi ad essere incazzato con la Fiorentina, ma semmai noi con lui, per via dell’enorme figura di cacca fatta in mondovisione e anche per questo sarà bene batterlo domenica pomeriggio.

Una statistica catalana ci racconta che nelle partitelle di allenamento del Barcellona la squadra che ha Messi vince nel 91% dei casi.
Eppure ci sono Iniesta, Xavi, Fabregas, Villa e tutti gli altri meravigliosi giocatori che vengono mischiati tra loro, ma se non hai la pulce d’oro con te, tutto diventa molto duro.
Ieri sera Messi era come se non ci fosse (mi ha ricordato Baggio alla finale Mondiale del 94, messo in campo malconcio a sperare nel miracolo che non arrivò) e il Barcellona è diventata una squadra piccola piccola, con l’aggravante di continuare a pensare da grande e giocare quindi senza la necessaria cattiveria.
Tifavo spudoratamente per i catalani, di cui sono un grande ammiratore, ma lo strapotere del Bayern è stato da applausi.
In qualche modo è stato un bello spot (al contrario) per il calcio: sono i campioni, i fuoriclasse che decidono le partite.
L’organizzazione conta tantissimo, ma se non hai Messi al meglio della forma, a quei livelli sono dolori per tutti, anche per il grande Barcellona.

Qualcuno prima o poi ci spiegherà perché il PD non ha minimamente considerato Stefano Rodotà: un atteggiamento inspiegabile, a meno che non si debba cominciare davvero a pensare che ci siano segreti inconfessabili legati alla vicenda MPS.
Provo una grande amarezza per queste ultime settimane, quello che è stato il mio partito ha deluso tutte le aspettative e ho trovato patetici gli applausi a Napolitano ieri a Montecitorio.
Patetici e falsi, perchè quelli lì mentre battevano le mani quasi tutti, ne sono certo, pensavano al proprio tornaconto: Napolitano li frustava, dava loro degli incapaci (e lo sono!) e loro godevano, ma non da masochisti, piuttosto da furbi perché così le camere non si sciolgono e lo stipendio (e che stipendio!) corre ancora per un po’.
Qualcuno mi ha chiesto per chi voterò adesso ed io non ho risposte, certamente non rinuncerò al mio diritto/dovere, sul PD potrei anche ripensarci, se verrà fatta piazza pulita, se respireremo un po’ d’aria pulita.
Adesso però mi sento come quel critico cinematografico dell’Unità di Palombella Rossa a cui Moretti rimproverava certi apprezzamenti su film demenziali.
Lui chiedeva perdono per le boiate scritte e il grande Nanni continuava implacabile a ricordargli le nefandezze pubblicate.
Io ho votato Rosi Bindi alle primarie di qualche anno fa, poi ho creduto in Veltroni e ho sempre avuto una gran fiducia in Bersani: come minimi merito un bischero da parte vostra.
Pur senza credere affatto alla folle idea della superiorità ideologica e culturale della sinistra mi sembrava di trovarmi nella parte giusta del campo, circondato da gente che pensava davvero che stare noi un po’ peggio potesse contribuire ad un mondo migliore.
Mi hanno letteralmente schifato e Napolitano non c’entra niente, credo davvero che si sia “sacrificato” per coprire la manifesta sciatteria di quelli che abbiamo spedito al Parlamento.
Adesso pensiamo solo a salvare il salvabile, cioè far ripartire l’economia, e poi speriamo di tornare a pensare a qualcosa che vada al di là del nostro modesto vivere quotidiano.

…e tu non ci puoi fare assolutamente niente.
Psicodramma di una domenica finita benissima, ma che ci poteva costare cara, forse addirittura farci perdere la strada per l’Europa.
Invece l’abbiamo sfangata, per merito del vituperato (da me prima di tutti) Romulo.
Partita pazza, in cui abbiamo avuto un notevole calo di concentrazione e tre giocatori importanti assolutamente non all’altezza della situazione: Viviano, Gonzalo Rodriguez e Borja Valero.
Alla fine comunque abbiamo vinto e potremmo pure prendere una bella lezione dal clamoroso recupero granata e abbiamo vinto senza Jovetic che, viste le quotazioni di mercato, sarebbe anche il nostro miglior giocatore.
E adesso ce la facciamo a tifare Juve?

Bello stare lì sul palco in mezzo alla Fiorentina e cinquemila persone.
Confesso di aver sottovalutato la portata dell’evento, nel senso che non credevo che venisse così tanta gente ed è stato un bene perché serve a sentire meno le preoccupazioni sul fatto che tutto vada bene.
Dice: ma che vuoi che sia per te che hai fatto decine di presentazioni, allo stadio con quarantamila spettatori prima di una partita o in un teatro?
Si vede che non vi siete mai trovati un minuto prima che tutto inizi: le farfalle nello stomaco ci sono sempre, poi un po’ d’esperienza ti aiuta a gestire la tensione, ma ogni volta è una prima volta.
E sono sicuro che basterebbero un paio di grandi bischerate a cancellare decine di anni di onorata carriera, questo vale anche per la radio.
Ma torniamo ai viola: li ho visti belli concentrati, si avverte a pelle un senso della disciplina, una misura nei gesti e nella goliardia (inevitabile e direi indispensabile per ragazzi di vent’anni) che ci saremmo sognati da quando è andato via Prandelli.
Insomma un bel gruppo, che deve diventare vincente e che per farlo deve vincere le gare possibili, come quella di domani contro il “mio” Torino.

Ma l’ avra’ capito il sor Bersani che qui siamo tutti incazzati neri per il nome, per il metodo, per l’appiattimento a Berlusconi, per essersene fregato di chi gli ha dato per decenni fiducia?
Grandi franchi tiratori, al primo giro e’ andata bene, adesso vediamo che succede.
Vuole continuare il suicidio portando Marini alla maggioranza assoluta, cioe’ al quarto scrutinio?
E’ così difficile anda su Rodota’ ora o al limite su Prodi domani pomeriggio?
Sono molto curioso di vedere fino a che punto arriva l’autolesionismo di un uomo che stimavo.

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