dicembre 2009


Voglio solo la salute dal 2010, per me e per le persone a cui voglio bene, possibilmente per tutti.
Il resto non mi interessa: soldi, potere, donne, successo, non me ne frega niente.
Se arrivo o continuo a combinare qualcosa di buono nel mio lavoro bene, altrimenti pazienza.
Ho conosciuto da vicino il dolore come mai mi era successo nei miei 49 anni e solo per questo sono stato un uomo fortunato, anche perché non sono stato io a soffrire ma uno dei migliori amici.
Lo sapevo già, ma l’ho capito una volta di più che la fortuna più grande è poter stare bene, altro che vincere al Superenalotto o andare a piangere come fanno quegli idioti con i pacchi ad “Affari tuoi”, tutta gente da prendere a pedate nel fondo schiena quando si scioglie in lacrime perché ha azzeccato o sbagliato l’ultima scelta o quando si mette a leggere lettere penosissime.
Ma non divaghiamo: vi auguro uno straordinario anno, il quinto insieme, da vivere con le persone che amate.

Chi ha scritto quello che state per leggere è un giovane signore e scrittore molto in gamba che conosco personalmente per via del suo tifo appassionato per la Fiorentina.
Ma stavolta la passione calcistica non conta niente, seguite invece con attenzione quello che racconta oggi su Repubblica, fatevi un esame di coscienza e proviamo a vedere se col nuovo decennio che parte dopodomani riusciamo ad essere un po’ meno penosi di quello che siamo.

Quel ragazzo senza braccia
sul treno dell’indifferenza
di SHULIM VOGELMANN
CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.
Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.
Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.
I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.
Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.
Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.
La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.
Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.
Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.
Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.

Tra ieri e oggi ho ricominciato a sentire a Radio Blu e nella puntata monotematica sulla Fiorentina a Rtv 38 (complimenti alla redazione guidata da Francesco Selvi: stanno facendo quotidianamente un lavoro massacrante e unico nel panorama televisivo nazionale) le follie a proposito del quarto posto da raggiungere a tutti i costi.
Mi spiego: si tratta di quelle teorie da partita doppia che vorrebbero la rinuncia alle ambizioni da avanzamento in Champions pur di centrare per la quinta volta il piazzamento che ci porterebbe ancora una volta, tramite preliminari, nel calcio che conta.
A me sembra di sognare.
Noi dovremmo pensare a quel groviglio di emozioni e passioni che è il calcio come a qualcosa che deve produrre un utile o almeno non farci andare in perdita.
Ma se fosse così sarebbe meglio smettere di amarlo questo sport e dedicarci, con tutto il rispetto, al golf o alla vela.
Io ragiono ancora come quando ero ragazzo e voglio pensare all’inizio del campionato di vincere lo scudetto.
E oggi, all’alba del 2010. voglio illudermi di avere le stesse possibilità delle altre quindici di vincere la Champions.
Per carità, credo alla buonafede di chi fa questi calcoli, ma è meglio andare in semifinale in Champions o arrivare sesti in campionato, o addirittura stare fuori dall’Europa?
Dei miei 31 anni abbondanti vissuti da giornalista dietro alla Fiorentina ricordo come momenti esaltanti Cagliari nel 1982 (prima, ovviamente), la doppia finale Uefa (idem), le vittorie in Coppa Italia e in Supercoppa italiana.
Il resto, Wembley, Liverpool, Kiev, Torino l’anno scorso con Passarella nel 1985 e poi ancora con Baggio nel 1988, le volte che abbiamo vinto a San Siro, sono state grandi soddisfazioni, ma non paragonabili con la vittoria o con la sensazioni che provi quando stai per vincere.
Poi ognuno continui a pensarla come vuole, non ho la pretesa e neanche la presunzione di convincere qualcuno, però ragazzi se qui diventiamo tutti dei ragionieri (e chi scrive lo è, pure con il massimo dei voti, prima di aver cominciato a studiare per pura voglia personale scienze politiche) smettiamo di essere tifosi.
A quel punto la Fiorentina diventerebbe una delle tante “cose” della nostra vita.

Gli unici dubbi espressi sulla Fiorentina 2009/10 erano i seguenti: un difensore che non fosse Natali, che è troppo simile a Dainelli e Kroldrup, un quarto centrocampista e una punta di riserva che non fosse Castillo.
Dopo aver preso cappello in più occasioni per le (poche) critiche espresse, adesso l’ottimo Corvino ci porta Felipe, che mi pare un’ottima risposta al problema della difesa.
Poi sento e leggo che si muove qualcosa per rinforzare il centrocampo e che forse il Bari prende Castillo.
Se così fosse, si potrà una volta tanto dare atto che le pacate contestazioni ad una campagna acquisti cessioni impreziosita dal grandioso affare Melo non erano così campate in aria?

.. Inter grande: era il titolo dell’apertura delle pagine sportive del Tirreno in un imprecisato giorno del luglio 1977 a firma di chi scrive.
Non avevo neanche diciassette anni, ma a Castiglioncello dove ero in vacanza c’era pure Beppe Chiappella, da poco venuto via dall’Inter.
Non sapendo assolutamente chi fossi, mi concesse un’intervista che poi andai a proporre al Tirreno, che incredibilmente la pubblicò, facendomi decollare verso Marte perché mai avrei immaginato di poter scrivere di personaggi di questo spessore su un giornale (e infatti passarono quindici anni prima che nel gennaio 1992 tornassi a mettere la mia firma su qualcosa del genere su un quotidiano importante…).
Grandissimo Beppone Chiappella.
Nei vari traslochi tra mogli e case degli ultimi venticinque anni è rimasta miracolosamente conservata la foto di quell’intervista: io con un cesto di capelli grande così che guardo preoccupato se il registratore gira, e lui molto impegnato nelle risposte, come se fossi un giornalista vero.
Tre mesi dopo cominciai per caso e per sbaglio ad andare a parlare a Radio Sesto International e dopo poco lui lasciò Cstiglioncello per tornare ad allenare la “sua” Fiorentina.
Dopo attese durate interi pomeriggi ero riuscito a strappare dalla sede della Fiorentina di viale dei Mille e dal mitico ragionier Righetti (a cui non riuscirò mai a dare del tu) un talloncino più prezioso di qualsiasi altra cosa, il lasciapassare per andare a fare le interviste dopo la partita.
L’ingresso in tribuna stampa no, i capi del giornalismo fiorentino di allora non accettavano che frequentasse posti così prestigiosi un ragazzo che ancora non aveva la tessera e che si portava, unico caso, un registratore con sé.
Così andavo in Fiesole e vedere la mia amata Fiorentina e poi mi precipitavo felicissimo a fare le interviste: lui, Beppone, era sempre disponibile e sorridente, quasi fossi, così giovane e inesperto, una proiezione giornalistica della squadra ye-ye che aveva lanciato negli anni sessanta.
Lo vidi stravolto solo dopo l’atroce eppure felicissimo pomeriggio di Fiorentina-Genoa, quando ci salvammo ad un quarto d’ora dalla fine grazie al gol al Foggia dell’interista Scanziani.
Narra la leggenda che proprio Merlo negli spogliatoi di San Siro nell’intervallo esortasse i compagni a fare qualcosa in più per aiutare il loro vecchio indimenticato allenatore e anche la sua vecchia squadra.
Beh, a me piace pensare che quel giorno Merlo è davvero girato a dovere, ma che ad essere grande in quel caso non fu l’Inter, ma lui, Beppe Chiappella.

E’ stato un anno strano e doloroso nell’ultima parte, con la malattia di Alberto e il suo addio.
Professionalmente molto ricco di soddisfazioni, con la squadra di Radio Blu che gira a mille e che necessita quindi ancora di più di attenzioni.
Personalmente ho realizzato due cose che non avrei mai creduto di fare, se me l’avessero dette quando bussavo mille porte e prendevo mille usciate per provare a fare il giornalista.
La prima, più banale ed effimera, è che ho fatto l’inviato per “Quelli che il calcio…”, addirittura pagato (poco) dalla Rai.
La seconda, di grande soddisfazione e a cui tengo molto, è stata prendere il posto di Beha per le pagelle del Corriere Fiorentino.
E’ stato un anno strano per la Fiorentina perché ci siamo scoperti grandi, centrando ancora il quarto posto ed andando agli ottavi di Champions, ma con la sgradevole l’impressione di non sapere cosa potrà succedere domani.
Personalmente, essendo piuttosto incline al pessimismo, ho più paura di scivolare causa mancata realizzazione della cittadella che certezza di continuare a salire.
Infine un grande augurio a voi che mi seguite ogni giorno su questo blog, che è diventato una piacevolissima tortura quotidiana: siete ormai quasi quattromila tutti i giorni e vorrei rivedere i post dei primissimi che quattro anni fa cominciarono ad affacciarsi per vedere dove saremmo andati a finire.

Io a quelli che dicono che non è poi così grave, vendere Frey per i 18 milioni della sua clausola recissoria, che anzi sarebbe un affare li metterei fantozzianamente sui ceci e li costringerei a rivedere tutte le partite degli ultimi cinque anni in cui Sebastien ha salvato il risultato.
Ma siamo matti?
Da Toni a Montolivo, passando per per Mutu e Gilardino, Frey è stato il miglior giocatore della Fiorentina di Prandelli, e quando ho saputo della clausola recissoria, come qualcuno ricorderà, mi preoccupai immediatamente.
Tanto per essere chiari, lui guadagna la metà di Dida e rende almeno una volta e mezzo il brasiliano.
Qualcuno fiuta l’affare perché ogni tanto ha qualche acciacco, ma deve ancora compiere trent’anni, che per un portiere sono quasi l’età di mezzo della carriera.
Qui bisogna ringraziare l’albergo a cinque stelle della moglie a Forte dei Marmi, il fatto che che Frey stia divinamente a Firenze e che sia meno interessato ai soldi rispetto al 99% dei suoi colleghi.
Tranquilli che con un altro portiere che non fosse Buffon o forse Julio Cesar (che guadgnano molto più di lui) la Fiorentina i suoi “quattro scudetti del quarto posto” non li avrebbe mai vinti,
Pensiamoci bene prima di dare aria alla bocca, grazie.

Devo fare una premessa: io non vedo mai i potenti del calcio viola nella vita di tutti i giorni.
Cioè non ho frequentazioni con Prandelli e/o Corvino al di fuori dei normali eventi lavorativi che ci vedono insieme, così come non ho alcun rapporto con i giocatori, da Mutu a Seculin.
Al massimo una telefonata per eventi speciali (una volta l’anno), ma mi fermo lì.
Forse è un mio limite, perché così non conoscerò mai segreti che altri sanno, ma ritengo che sia meglio per l’indipendenza della mia attività.
Accade dunque che ieri sera parli con Corvino in diretta televisiva dopo mesi di silenzio tra noi,
E mentre nello studio è tutto un applauso più o meno convinto al suo lavoro, io, che considero Pantaleo il miglior direttore sportivo degli ultimi 35 anni, penso a quelle che sono le poche critiche mosse in un contesto generale veramente da elogiare.
Riepilogando, da agosto secondo me ci sono state tre cose che non vanno benissimo: tre centrali uguali, un uomo in meno a centrocampo, Castillo.
Dei tre centrali parla Pantaleo, dicendo che sono tutti del 1979 e quindi anticipa già la soluzione.
Quando tocca a me, potrei chiedergli se pensava che Melo incontrasse quelle difficoltà alla Juve.
Una domandina simpatica e ruffiana per far risaltare ancora di più il fantastico affare che Corvino ha permesso di concludere alla Fiorentina.
Ma siccome, appunto, non sono furbo e penso che chi guarda e ascolta ha anche guardato e ascoltato i miei (pochi) appunti mossi precedentemente, gli chiedo di Castillo.
Viene ovviamente fuori un botta e risposta piccato, con conseguente vertiginosa discesa del sottoscritto nelle personali classifiche di preferenze di Corvino.
Non importa, tornassi indietro rifarei la stessa domanda perché a quasi 50 anni e con 32 anni di Fiorentina alle spalle posso pure sopportare di non essere tra gli eletti del direttore sportivo.
Io continuo a volergli bene lo stesso, poi la ruota girerà e torneremo a trovarci d’accordo su qualcosa.
Magari, e me lo auguro, proprio sui Castillo, sperando di essere io a dire di essermi sbagliato.
Ah dimenticavo: la domanda sul quarto centrocampista l’ha fatta Sardelli che era seduto accanto a me, senza che ci fossimo messi d’accordo.

Coraggio amici juventini, e tra loro ci sono anche miei conoscenti a cui voglio bene: il tempo del riscatto è vicino.
Sta per entrare in società un nuovo personaggio, con idee vincenti, con un’immagine fresca e niente affatto colluso con la precedente gestione che aveva portato per la prima volta nella sua storia la Juve prima in C e poi, misericordiosamente, in B.
E’ un ex campione famoso per la sua lealtà, come possono testimoniare per le parole dette in campo trent’anni fa a Celeste Pin o le botte date e prese da almeno un centinaio di difensori affrontati nella sua lunga carriera costellata di scudetti tutti vinti meritatamente, come ricorda giustamente la Roma nel 1981 e la Fiorentina nel 1982.
I momenti delle vacche magre sono finalmente finiti, con questo nuovo campione di moralità e di sportività tornerà certamente quello stile Juventus, quello che è sempre tanto piaciuto all’Italia intera.
Il suo nome è Roberto Bettega e ha in comune con chi scrive una fastidiosa omonomia con un altro personaggio famoso.
Nel mio caso si tratta di un DJ che ora va per la maggiore in tutta Europa, nel suo stiamo parlando di un personaggio invischiato in Calciopoli e da anni scomparso dalle scene calcistiche.
Ma questa è davvero l’unica sfortuna che ha, per il resto state tranquilli che riporterà la Juve in alto.
Auguri.

La mia, e non solo mia, sensazione è che se non fosse intervenuto il sindaco Renzi Fiorentina-Milan si sarebbe giocata a porte chiuse.
Un danno per le casse viola e una penalizzazione assurda per la squadra, tutto questo in omaggio delle sacre esigenze televisive, da cui oggi non si può evidentemente fare a meno.
Renzi è partito di volata alle 16.30 verso lo stadio, probabilmente sollecitato dai tifosi, e ha detto a Sky e a Galliani che così davvero non si poteva fare, per rispetto del calcio e dei fiorentini.
Meno male, perché gli animi erano piuttosto agitati, come è stato raccontato nel corso del pomeriggio nella lunghissima diretta di Radio Blu.
I biglietti di chi non potrà andare a gennaio verranno rimborsati, dispiace per chi era già in viaggio da lontano e si è preso fatica e gelo, ma almeno è stata risparmiata la beffa.
Bravo Renzi, dunque, e adesso via con la firma, magari la sera della vigilia di Natale, della famosa e faticosissima convenzione per i campini.

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