gennaio 2009


Le emittenti che Radio Blu doppia, e a volte triplica, negli ascolti e che parlano quotidianamente di Fiorentina hanno mezzi economici uguali ai nostri.
Ma se improvvisamente qualcuna di loro quadruplicasse gli investimenti “viola”, io andrei dal mio editore e gli chiederei cosa fare, perché a quel punto la corsa sarebbe ovviamente impari.
La stessa cosa succede a Corvino con la Fiorentina, ed io capisco che per i tifosi sia un po’ stucchevole sentirsi ripetere ad ogni intervista che gli altri hanno molti più soldi di noi, però è una premessa che comprendo perfettamente e che deve essere fatta perché è alla base del lavoro di Pantaleo.
Con un terzo dei mezzi degli altri nelle ultime tre stagioni siamo sempre riusciti a fregare uno dei quattro giganti (in un caso erano solo tre e comunque facemmo più punti del Milan) del calcio italiano e non è certamente un’impresa da poco.
Il paradosso del calcio è che rischiamo di non riuscirci nell’estate in cui abbiamo speso di più, anche se adesso il conto economico è molto meno sbilanciato grazie all’abilità di Corvino nel vendere.
Quella di ieri sera è stata una chiacchierata dal mio punto di vista molto soddisfacente e credo che abbia contribuito a spiegare diverse cose.
Per esempio che non ci sarà più una campagna acquisti come quella del 2008 e che il budget a disposizione sarà molto basso, almeno così l’ho capita io.
Sono d’accordo su moltissime cose che ha detto Corvino, ma non sul discorso finale sui giornalisti “che nel 50% dei casi si svegliano la mattina con l’dea di parlare male della Fiorentina”.
Sull’argomento ho preferito non insistere, dichiarandomi solo non in linea col suo pensiero per due motivi.
Il primo è che abbiamo già avuto un vivace scambio di idee la sera della cena per Vieri in cui difesi la buonafede della banda dei cinque: Beha, Ferrara, Righini, Sandrelli, Tenerani, tutti tra l’altro tifosi viola.
Il secondo è che sarebbe stata una discussione pesante, ripetitiva e sterile che avrebbe tolto spazio alle altre vicende calcistiche certamente più interessanti per chi ascoltava.

E come altro vuoi definire un tipo del genere?
Non è neanche questione di essere malvagi, razzisti o antisemiti.
Qui si è semplicemente idioti, e non è mica colpa sua.
La colpa è di chi ce l’ha messo.

TREVISO – “Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dire se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione”.
Sono parole shock quelle pronunciate, in un’intervista alla Tribuna di Treviso, da don Floriano Abrahamowicz, capo della comunità lefebvriani del Nordest.
Le dichiarazioni del religioso – che rifiuta però di definirsi antisemita – riaccendono la polemica sul negazionismo nonostante il mea culpa pronunciato dal leader del movimento tradizionalista Bernard Fellay addolorato dalle parole del vescovo Williamson, e le distanze prese dalla stessa comunità anticonciliare a cui appartiene il religioso trevigiano

Una brutta partita, con errori tecnici da squadre di serie inferiori, ma la Fiorentina ha ampiamente meritato di vincere.
Nella pochezza della gara ha fatto le uniche cose importanti e comunque qui se non torna alla svelta Mutu ho l’impressione che là davanti i conti siano difficili da far tornare.
Il gol di Montolivo vale oro, forse è il più importante della sua carriera e a Frey si può perdonare quello che è successo ieri e pure altre papere future.
Io alla Champions ci credo sempre, così come penso che ci creda Prandelli, che ha voluto dare una scossa all’ambiente.
Sentito il battibecco tra Andrea Della Valle e Sconcerti di ieri, forse non ce n’era bisogno perché siamo già abbastanza elettrici per conto nostro.

ADDIO MARIO
Sapevamo che stava male, ma non così male. La morte improvvisa di Mario Cecchi Gori fece capire una volta di più come Firenze fosse una città assolutamente straordinaria. In fondo era stato il presidente della prima retrocessione dopo sessanta anni e Agroppi invece di De Sisti lo aveva scelto lui, ma la gente lo amava lo stesso. Tutto merito della sua bonaria sincerità, che lo avvicinava al ceto popolare dal quale proveniva. Gli inderogabili impegni milanesi di Filippo Grassia mi catapultarono la sera del 5 novembre 1993 a commentare la scomparsa del presidente dalla “sua” televisione. Il giorno successivo ero un po’ agitato perché avrei dovuto coordinare il lavoro di un gruppo di persone che di tv sapeva poco o niente. Di solito sono fissato con la puntualità e mi catapulto allo stadio almeno con un’ora e mezzo di anticipo, fra l’ironia dei colleghi e la sopportazione di chi viene con me. E’ una mania che mi porto dietro da oltre vent’anni e con l’invecchiare peggioro. Quella domenica avrei voluto essere in piazza Santa Croce – dove sarebbe stata esposta la salma del presidente – fin dalla mattina, ma mi feci convincere da Letizia (“ma quanta gente vuoi che ci vada?”) a pranzare alla solita ora. Mai scelta si rivelò così sbagliata. Trovai una folla enorme, mi feci largo a furia di gomitate e mi presentai in chiesa appena cinque minuti prima dell’arrivo della bara. Luna era inferocito e ruggì in romanesco qualcosa di incomprensibile e di sinceramente poco adatto al luogo. Lo calmammo con un filmato tutto dissolvenze realizzato da Franco Boldrini, un “Ciao Mario” che chi ha lavorato in quegli anni a Canale Dieci non può aver dimenticato, perché fu programmato almeno una trentina di volte nei due mesi successivi.
Qualche ora dopo il ruggito di Luna realizzai un piccolo scoop, riuscendo ad intervistare in contemporanea Vittorio Cecchi Gori e Giampiero Boniperti, il presidente della Juventus, solitamente molto restio a presentarsi davanti alle telecamere. Il servizio andò in onda sul TG sportivo nazionale della Rai, senza che fosse annunciato chi fosse l’autore: un grande smacco per uno che, come mi ricordava spesso Sandro Picchi, avrebbe firmato anche le lettere anonime.

NOTTE IN BIANCO
Quanta fiele ho inghiottito nei nove anni di Canale Dieci e quante notti insonni! Adesso mi dico che sono stato proprio un bischero a prendermela tanto, ma il carattere è quello e non si cambia. La prima volta che minacciarono di cacciarmi fu nel dicembre 1993, grazie al contributo indispensabile del dottor Paolo Giuliani, il nuovo direttore generale, arrivato non si sa come in viola. Tutto, come spesso accade in queste circostanze, fu frutto del caso. Eravamo appena scesi dall’aereo ad Ascoli, e al momento del collegamento con la radio mi trovai accanto a Furio Valcareggi. Era il procuratore di Malusci, che il giorno dopo sarebbe andato in panchina per far posto a D’Anna. Lo feci intervenire, pensando a delle normali dichiarazioni. Non so bene cosa gli fosse passato per la testa, fatto sta che Valcareggi junior cominciò a sparare a zero contro la Fiorentina, accennando anche ad imprecisate minacce fisiche che erano arrivate sia a lui che a Malusci. L’Ansa rilanciò l’intervista e all’ora di cena, mentre stavo per addentare le prime fantastiche olive ascolane, mi chiamò l’esimio dottor Giuliani.
«Che casino hai combinato con la tua radio di mer…! Ma io ti faccio cacciare da Canale Dieci! Tu sei fuori, capito, tu sei fuori!!! Non ti presentare mai più!». La logica perversa di Giuliani era la seguente: Furio Valcareggi aveva parlato male della società a Radio Blu, di cui io ero il direttore, per questo me ne dovevo andare da Canale Dieci. Fantastico. Senza contare che Giuliani con Canale Dieci non c’entrava niente. Mi attaccai al telefono con mezzo mondo, ma quasi tutti quelli dell’entourage viola si negavano o rimanevano nel vago. Col complesso di persecuzione ereditato dai miei avi e che mi porto dietro da sempre, mi sentii perso: ero caduto in disgrazia ed il mondo mi odiava senza che ci fosse un vero perché. Grassia da Milano mi tranquillizzò, dicendomi di non preoccuparmi, ma passai lo stesso la notte in bianco.
Alle sette del mattino svegliai l’intera famiglia Fanetti. Paolo mi assicurò che nel tardo pomeriggio ci sarebbe stato un incontro chiarificatore con Luna. Beccai dall’imperatore una paternale ridicola, tutta basata sul tradimento della fiducia che mi era sta concessa. Non replicai, anche perché ero distrutto da una giornata di grande tensione. Arrivò anche la tremenda punizione: ad Ascoli non avrei realizzato le interviste del dopo la partita, sai che roba. Incontrai Giuliani allo stadio di Ascoli: mi salutò come se non fosse mai successo niente e mi parlò del programma viola della settimana successiva. Quando nel giugno successivo (lui) venne finalmente cacciato dalla Fiorentina, offrii da bere a tutta la redazione.

RIMOZIONE
E’ strano a dirsi, ma di quell’anno in serie B mi sono rimaste impresse soprattutto le sconfitte, specialmente quella di Ascoli e di Brescia, dove l’agente di polizia penitenziaria Cardona fischiò quattro rigori in novanta minuti. Le vittorie diventarono quasi un atto dovuto, molto belle furono quelle di Palermo, perché alla prima giornata, e Bari, con un gol di Banchelli a tempo scaduto. Speravamo di lavare l’onta della retrocessione con la Coppa Italia, ma venimmo eliminati dal Venezia, che aveva già fatto fuori la Juve. Nella gara di ritorno avevamo allestito un collegamento con la signora Valeria Cecchi Gori, vedova da poco più di un mese. Volevo sapere se era tutto a posto, ma dallo studio non davano segni di vita e dopo un minuto di silenzio, pensando di essere in pre-ascolto, sparai un’imprecazione da osteria che venne ascoltata dall’allibita (immagino) signora Cecchi Gori e dal resto del popolo viola sintonizzato su Radio Blu.
Fu in quella stagione che assistemmo all’unica sostituzione tecnica in viola di Batistuta: contro il Verona in casa, Ranieri osò toglierlo per far posto a Zironelli, che poi segnò la rete del vantaggio. Gabriel negli spogliatoi disse che andava bene così, prima veniva la squadra e poi il singolo. Quando arrivò la matematica promozione, nessuno fece festa e la cosa turbò molto i nuovi arrivati che non avevano nessun “debito” da pagare. Non si poteva dar loro torto, ma bisognava aver vissuto lo strazio dell’estate prima per capire lo stato d’animo dei tifosi.

TELEFONATA E NUVOLE
Interno di casa Guetta, più precisamente il salotto. Metà aprile 1994, ora di cena, suona il cellulare.
«A Gue’, so Luna, ma che caz… di domande vai a fa’ a Ranieri?»
«Scusa Luciano, ma a quale domanda ti riferisci?»
«Che me lo sta anche a chiede? Sei andato a domandargli se rinnova o no il contratto per l’anno prossimo!»
«E allora? Se lo chiedono tutti, noi facciamo un telegiornale e chi ci guarda vuole sapere»
«Tu quelle cose lì non gliele devi domandare, hai capito?»
«Ma perché?»
«Perché no, e basta»
«Guarda che se ricapita, io glielo richiedo»
«Vaffanc…».
Grande indimenticabile Luna, l’uomo che fece stare in casa per un week-end di primavera del 1994 quei poveri toscani della costa che seguivano Canale Dieci. Era infatti appena arrivato un nuovo sistema computerizzato per il meteo e Lucianone nostro sembrava felice come un bambino perché potevano essere utilizzati tanti bei simboli, comprese le saette dei temporali. Peccato che per il giorno successivo fosse previsto tempo splendido in tutta la regione. Luna si corrucciò per un attimo e poi ebbe la pensata geniale. «Aho – disse all’attonito tecnico – qui c’è troppo vuoto, mettiamo delle nuvole da qualche parte. Ecco, qua a sinistra, vicino al mare, ci stanno bene. E anche qualche saetta». Indimenticabile.

L’ORLANDO FURIOSO
Al suo quarto bidone in radio mi arrabbiai di brutto e sparai a zero contro Massimo Orlando, che, lo seppi dopo, stava vivendo un periodo difficile. Per me la cosa era finita lì, ma dopo pochi giorni venni convocato dall’ormai ex enfant prodige viola. E’ interessante a questo punto ricordare come, dopo una prima disastrosa esperienza, la Fiorentina per anni non abbia avuto un addetto stampa, ognuno faceva quello che gli pareva, giocatori e giornalisti. Orlando mi disse che non mi picchiava perché non voleva rovinarsi ed io pensai tra me e me che tutto sommato avrei tranquillamente potuto reggere la scazzottata. In compenso minacciò che mi avrebbe fatto cacciare da Canale Dieci: ma allora era una fissazione! Dissi che andava bene, che aspettavo la lettera di licenziamento e me ne andai. La settimana dopo mi chiamò direttamente Vittorio Cecchi Gori. Con una calma insolita per lui, mi spiegò che io ed Orlando dovevamo andare d’accordo perché «eravamo due colonne della Fiorentina e quindi dovevamo per forza fare pace». Riparlai con Orlando solo nel settembre del 1995, al ritorno dalla sua esperienza poco felice al Milan. Ritrovammo in cinque minuti il vecchio affiatamento e per anni è stato uno dei miei più affezionati ospiti salva-trasmissione, cioè quei personaggi che i tifosi vedono volentieri e che puoi chiamare anche il giorno prima. Non un amico, ma quasi.

Sto per scrivere qualcosa di politicamente scorretto per il giornalismo nazional-popolare tipico del calcio, ma non ce la faccio più ed esterno: diciamo stop alla rabbia post Juve e pensiamo al Napoli.
Ci hanno rubato la partita di Torino, questo però non deve essere un alibi per mercoledì sera, e anche stasera nel Pentasport sentirete parlare nuovamente di calcio giocato per almeno due terzi della trasmissione.
E’ una mia precisa direttiva e me ne assumo tutte le responsabilità.
Ne ho sentitte e lette di tutti i colori: telefonate a Collina, all’Aia (sì, per farci riattaccare sul viso o riderci in faccia), ritiro dal campionato, chiusura dei musei fiorentini, gente incatenata davanti alla sede della FIGC e via a seguire.
Ragazzi, calma.
Tra due giorni bisogna tornare a fare i tre punti e non è questo il modo di preparare la partita.
Sarà che quando io prendo una botta riparto più arrabbiato di prima, ma davvero se continuiamo rasentiamo il vittimismo.
E questo non è da Firenze e tantomeno da tifosi viola.

Voglio credere più alla mediocrità di Saccani e del suo guardalinee che alla malafede, però adesso mi aspetto almeno due mesi di stop.
Uno dei furti più grossi visti in tanti anni di calcio, soprattutto sul rigore di Jiovetic.
In fondo la differenza tra questa Juve e le altre è nell’atteggiamento post ladrata: con Boniperti e Moggi rubavano ed erano pure arroganti dopo, questi hanno il pudore di essere imbarazzati per quello che è successo.
Detto questo, proviamo ad analizzare la prova dei singoli.
Pasqual meglio di qualsiasi Vargas visto a Firenze, Gilardino che sta tornando, Jovetic e Montolivo solo per un tempo, Kroldrup disastroso per metà partita, Zauri benino, Santana che non sa più che razza di giocatore sia diventato.
Grandioso Frey, ma ci manca da morire Mutu ed infatti da quando è uscito non abbiamo più segnato.
Il migliore in campo? Andrea Della Valle a fine partita, e nessuno in studio a Sky che osasse dargli torto.
E vorrei vedere!

P.S. Un saluto particolare va a quei cinque o sei dementi toscani che mi hanno visto entrare allo stadio e hanno cominciato ad offendermi.
Io ho risposto, la situazione stava per trascendere (meno male che avevo accanto a me i baldi giovani Loreto e Sardelli e non i vecchi Pestuggia e Barry…) tra gli sguardi imbarazzati e attoniti delle maschere bianconere.
Dire che fossero juventini ha poca importanza, conosco decine di tifosi di Juve, Inter e Milan assolutamente perbene e con cui è possibile parlare di tutto, perfino di calcio: quelli erano semplicemente degli imbecilli.
E avrei detto la stessa cosa anche se avvessero avuto la sciarpa viola al collo.

Dunque Mutu lo rivedremo (forse) contro il Bologna, ma è più facile in casa con la Lazio.
E Frey me lo danno arruolabile, però non è detto, perché basta un movimento falso e magari non rischia.
Dico la verità: mi preoccupa più Sebastien di Adrian, perché il rumeno si sa che prima o poi si dovrà operare e poi tutto dovrebbe tornare come prima.
Ma il ginocchio del francese è quello fracassato dal quel gentiluomo di Zalayeta, che non si è mai degnato di scusarsi, e questa ricaduta non è per niente un buon segno.
Abbiamo un bisogno terribile di tutti e due, specialmente in un momento come questo, senza di loro il tasso di qualità è sceso precipitosamente.
Sono queste le vere preoccupazioni della stagione, non le partenze dell’umorale Osvaldo e del pur ottimo Pazzini.

1993/94

L’inizio con Canale Dieci fu molto cinematografico. Venni convocato da Luna, che mi chiese di preparargli un “soggetto” per presentare le avversarie della Fiorentina: città, storia della squadra, tanto colore, interviste al sindaco e ai personaggi. Nessun accenno alle spese da sostenere, ma si capiva che non rappresentavano un problema. Era una rivoluzione copernicana rispetto ai miei primi dieci anni in televisione, basta pensare che nelle ultime tre stagioni non ero mai riuscito ad ottenere da Tvr lo straccio di una telecamera che venisse a riprendere un’intervista… Scrissi una specie di sceneggiatura, consegnai il manoscritto e venni invitato per una cena a Radda in Chianti, dove incontrai per la prima volta Paolo Fanetti, una delle persone migliori conosciute in nove anni di vita nel gruppo Cecchi Gori. Non ho mai saputo se Luna si sia accorto che non capivo niente di tutte le sue disquisizioni sui campi larghi e campi stretti da utilizzare per quei fantastici reportage che, per fortuna delle casse di Canale Dieci, rimasero solo nella testa di Lucianone nostro. Dissi sì a tutti gli accorgimenti tecnici suggeriti, chiedendomi se ero stato convocato come giornalista o ipotetico aiuto regista. A dirigere la televisione per fortuna non venne ingaggiato Mario Monicelli, ma Filippo Grassia, un nome di rilevanza nazionale, che aveva guidato il Guerin Sportivo e la redazione sportiva de La Stampa: un grande professionista, capace di stare sette ore in video senza mai fermarsi. Cominciava una nuova avventura.

RITIRO BOLLENTE
Dopo il dolore della retrocessione, il primo dei quattro consecutivi ritiri a Roccaporena (luogo ideale per la penitenza) si presentò delicatissimo. Per commentare la classica uscita stagionale contro i dilettanti del posto mandai allo sbaraglio il giovane Selvi ed il povero Francesco non riuscì nemmeno a finire la telecronaca a causa delle intemperanze dei tifosi alle sue spalle. Batistuta non c’era perché impegnato con la Nazionale, in compenso erano arrivati in viola Bruno, Tedesco, Campolo e Di Sole, e soprattutto Robbiati e Toldo, all’inizio in ballottaggio con Scalabrelli. Laudrup se ne era andato in prestito al Milan, mentre Effenberg venne trattenuto contro la sua volontà, quasi come punizione per il comportamento tenuto nei mesi precedenti. Non c’erano confronti con le altre squadre di serie B, anche se Baiano si fece male subito e restò fuori per sei mesi. Uno dei migliori fu Carnasciali, che nonostante la serie B continuò ad essere convocato in Nazionale: un buon difensore da inserire tra i non molti uomini con la testa sulle spalle conosciuti in oltre vent’anni di calcio. Il nuovo allenatore Ranieri fu bravo a gestire l’ambiente, tenendo sempre ben pigiato il pedale del freno. Questo atteggiamento gli costò l’amore dei tifosi più caldi, che avrebbero preferito un tecnico più sanguigno, ma con Ranieri la Fiorentina ottenne i migliori risultati degli ultimi trentacinque anni.

SIMPATICO QUESTO TOLDO
Il primo impatto con Toldo fu subito positivo. Arrivai apposta a Roccaporena per intervistarlo e mi trovai di fronte ad una pertica lunga quasi due metri, dalla faccia simpaticissima. Scoprii che non possedeva il telefonino e questa storia diventò fra noi un tormentone durato almeno due anni. Solo alla prima convocazione in Nazionale, Toldo si arrese alla dittatura del cellulare. All’inizio del nostro rapporto mi ero messo in testa di farlo diventare per forza una star della televisione, perché la sua simpatia era veramente contagiosa, e nella stagione successiva lo costrinsi a girare con Cois uno spot per i prodotti ufficiali della Fiorentina. Gli ho rotto per mesi le scatole con la storia che doveva laurearsi, o almeno diplomarsi all’Isef, perché intuivo che non avrebbe avuto grandi problemi nello studio: ha frequentato per un po’ di tempo e poi ha lasciato perdere. Peccato. Non si è mai arrabbiato quando l’ho criticato, semmai si è messo a spiegarmi pazientemente perché su quel pallone era proprio impossibile arrivarci. Non è mai cambiato da quando l’ho conosciuto la prima volta e quel gran cuore viola di Luciano Dati mi ha raccontato che Toldo è stato l’unico a chiedergli se aveva bisogno di un aiuto economico nell’anno in cui alla Fiorentina pagavano un mese sì e quattro no. Si impegna molto nel sociale, ma evita di farlo sapere per una forma di pudore ereditata dai genitori. Ci sono tanti minimi episodi che fanno di Francesco un giocatore fuori dai classici stereotipi del campione viziato. L’ultimo è avvenuto un’ora e mezzo prima del derby Inter-Milan. Suona il mio cellulare ed è lui dal pullman che chiede a bassa voce, per non essere ascoltato dai compagni, se mi era arrivata la sua maglia con dedica per un bambino a cui avevo promesso il regalo. So che ha Firenze nel cuore: sarò pure un inguaribile romantico, ma mi piacerebbe che giocasse da noi l’ultima stagione della sua splendida carriera.

VOGLIO CONOSCERE GUETTA
Richiesta più che legittima, rivolta polemicamente da Ranieri ai quei pochi giornalisti presenti ad un amichevole a Viareggio. Era successo che in una delle tante “prove tecniche di trasmissione”, Luna decidesse di riprendere l’amichevole della Fiorentina a Livorno, una partita che non sarebbe stata trasmessa, ma vista solo dalla squadra in una seduta di allenamento a porte chiuse. In pratica, mi esibivo per pochi intimi. Potevo quindi tranquillamente evitare di criticare, ed invece finii per raccontare la partita alla mia maniera, che piacesse o meno. Fu grande la Righini nel rispondere a Ranieri che «Guetta è il radiocronista più seguito a Firenze ed in questa stagione, con la squadra in B, lo sarà ancora di più». Grazie ancora, Manuela.

GUARDA CHE NON SIAMO IN SERIE A
Fantastico il mio approccio alla serie cadetta. La Fiorentina esordisce a Palermo ed io decido di non dare da studio i risultati della B, interpretando così al meglio il sentimento dei tifosi, che si sentivano ancora (giustamente) in serie A. Al decimo minuto chiedo il riepilogo dagli altri campi della massima serie e nessuno ha ancora segnato. Vado avanti con la radiocronaca, segna Banchelli e rendo ancora la linea alla regia per sapere se qualcuno in serie A è andato in gol. Niente. Al venticinquesimo minuto comincio a parlare di evento storico, perché non mi ricordavo un campionato in cui la prima rete si facesse attendere così a lungo. Finalmente, al trentacinquesimo del primo tempo vengo soccorso da una voce misericordiosa al cellulare di Luca Speciale: «dite a David che la serie A è partita con mezz’ora di ritardo rispetto alla B, forse era un po’ difficile che qualcuno riuscisse a fare gol…».
Uno dei pochi a darci una mano in quei mesi di Purgatorio calcistico fu il grande Paolo Beldì, che inventò da zero una trasmissione destinata ad avere un successo enorme: “Quelli che il calcio…”. Insospettabilmente tifoso viola, ma di quelli veramente malati per la propria squadra, Beldì infilò la Fiorentina dappertutto, con tormentoni particolarmente apprezzati dai tifosi, tipo mettere l’inno di Narciso Parigi ogni volta che Batistuta e compagni segnavano. E anche quello fu un modo per spiegare al mondo che non eravamo spariti dal calcio che conta.

Vado a mangiare nel solito ristorante e mi dicono che stavolta per entrare devo pagare il biglietto.
Immagino che ci sia un vip a tavola ed infatti nel tavolo accanto al mio c’è una tavolata che ospita il “mio” giornalista Carnasciali e Antognoni.
Battute e prese di giro con Daniele, saluto cordiale con Giancarlo e poi, contravvenendo al mio orgoglio, rompo il ghiaccio e gli chiedo “qualcuno mi dice che sei ancora arrabbiato con me, ma è vero?”.
In verità lo avevo già chiamato per il Corriere sulla storia del capitano e mi aveva risposto cortesemente, quindi sapevo che le cose non stavano come qualche vipera aveva voluto far credere.
E qui devo spiegare il mio stato d’animo: quando ci pensavo, mi sentivo a disagio a stare in questo stato di guerriglia con Antognoni e non potrebbe essere altrimenti per chi ama la Fiorentina e ha più di quarant’anni.
Da ragazzo vedevo col mio amico Maurizio Passanti le partite della Nazionale con la foto/icona di Giancarlo in viola appiccicata con lo scotch sul televisore e nella finale con la Germania del 1982 io tifavo per il pareggio perché ci sarebbe la ripetizione e lui avrebbe giocato (quando inquadrarono Bergomi mi scappò una delle poche bestemmie della mia vita, ma Maurizio, di solito molto attento a queste cose, me la passò per l’eccezionalità del momento…).
Tutto questo per dire che per me Antognoni non è Batistuta, cioè i nostri contrasti sono stati al 90% causati da incomprensioni e soprattutto da cose riportate male a lui.
Al contrario, il divino Gabriel, ribadisco il migliore che abbia visto a Firenze, ha proprio nel suo dna mettere all’indice le persone che non siano prone ai suoi voleri.
E poi comunque Antognoni è l’immagine della mia gioventù, l’unico buono che abbiamo avuto in squadra per almeno otto anni, il campione per cui delirare da ragazzi.
Vorrei lasciarvi nel dubbio su come sia andata a finire, ma devo farmi pedonare le mancate risposte degli ultimi cinque giorni e allora vi dico che nessuno dei due si ricordava più quale fosse l’origine dell’ultimo screzio.
Ad un certo punto gli ho anche detto imprudentemente: “ma dai Giancarlo, tra poco siamo nonni e ci mettiamo ancora a fare queste cose…”.
Lui si è messo a ridere e mi ha detto di parlare per me, che però sarei pure sei anni più giovane, ma è anche vero che fisicamente lui continua a strabattere molti quarantenni compreso il sottoscritto.
Comunque è andata bene, e io sono molto soddisfatto.

Scrivo solo ora e mi spiace: sembra incredibile ma nell’evolutissima Milano non ho trovato la domenica mattina un internet point a cui agganciarmi per esprimere il mio pensiero.
Che è questo (l’ho appena detto tra l’altra a Rtv 38): avremmo meritato il pareggio, Rosetti ha arbitrato con sudditanza psicologica, sono preoccupato dall’assenza dei tre fuoriclasse viola.
Due sono out per infortunio, il terzo sta rifiatando dopo quattro mesi straordinari.
Stanno crescendo Montolivo (molto), Jovetic, Vargas e Comotto, mentre fatica Kuz, che forse non sta benissimo fisicamente, ma senza quei tre è durissima.
La classifica è bruttina, però non così tragica, come è chiaro che sia alla fine del girone di andata.
Certo che se perdiamo la terza di fila a Torino le cose si complicheranno maledettamente, in tutti i sensi.
Converrà accantonare le polemiche per i prossimi sei giorni e chiamare a raccolta il popolo viola.
Per i processi, sommari o completi, riparliamone tra una settimana.

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