agosto 2006


Sì, non c’era bisogno di stimoli ulteriori per partire benissimo in campionato, il -19 bastava e avanzava.
Per questo non mi è sembrata una gran cosa cominciare il campionato con l’Inter: gli stimoli li avevi già e davanti ti trovi una squadra certamente più forte.
E’ uno di quei casi in cui non dipende da te, perché se quelli sono in partita e se Mancini non sbaglia clamorosamente la formazione, sarà difficile anche fare un punto.
Comunque sia, così è andata e non possiamo farci niente se non evitare di caricare troppo la gara di significati che poco hanno a che fare sul campo.
Può darsi che qualcosa ci abbuonino, ma intanto siamo all’ultimo posto in classifica, staccatissimi dalle altre e quindi di Fiorentina-Inter a me interessano soprattutto i tre punti in palio.

Sono, siamo circondati da persone a cui vogliamo bene, che stimiamo, che hanno voglia di vivere, che sono giovani e che si ammalano.
Personalmente è cominciata undici anni fa, quando nacque mia figlia e poco dopo morì il mio compagno di classe di elementari e medie, il più bravo, quello che sanamente invidiavo perché sapeva fare tutto.
Da quel momento non c’è più stata una tregua in questa battaglia infinita e quasi sempre perdente.
Si ammalano di tumore uomini e donne che ci rifiutiamo di vedere partire, ma loro se ne vanno lo stesso e a te resta la sensazione di essere un miracolato.
Sì, un miracolato, perché è impossibile non pensare: ma che cosa ho io di più o di diverso da loro?
Come reagirei se succedesse a me?
Cosa direi?
Come mi comporterei con le mie figlie?
E nel lavoro? Cambierebbero (forse finalmente) le priorità della mia vita?
Nelle ultime settimane è stato uno stillicidio.
Tra poco temo che arriverà la notizia che se ne è andato un grande campione del passato, oggi abbiamo saputo di Hutwelker; e poi ci sono quelli che non conosce nessuno, ma che conosco io o che conoscete voi.
Forse sto davvero invecchiando, però fatico sempre di più a sopportare tutto questo dolore.

Bravo Pestuggia nel Pentasport di ieri a ricordare a quale giornata dello scorso campionato la Fiorentina raggiunse la fatidica quota diciannove.
Era la nona, quindi quasi a metà girone di andata e sarà davvero il caso, come già avevo scritto, di sintonizzarsi subito sulle frequenze di Prandelli, perché la passata stagione fu straordinaria in positivo e potrebbe anche darsi (incrociamo le dita) che ora si fatichi un po’ di più.
Credo che nessuno di noi abbia ancora interiorizzato completamente cosa voglia dire partire da questa voragine di punti in meno: non vorrei che ci si cominciasse a pensare sul serio solo dopo un mese di campionato, magari in una situazione psicologicamente molto pesante.
Per questo i prossimi dieci giorni sarenno decisivi per il futuro viola.
E’ nei prossimi allenamenti infatti che Prandelli metterà la benzina per una partenza che non potrà che essere a tutto gas.
Io comunque, e lo dico ora a scanso di equivoci, mi fido.

Oggi è giorno di celebrazioni per gli ottanta anni di Fiorentina e a me piace ricordare come nel 2001 insieme al grande Stefano Corri passammo un’estate intera a Canale Dieci per costruire senza alcun compenso un video unico, con le immagini introvabili dei primi 75 anni di vita, compresa la finale di Coppa dei Campioni del 1957 a Madrid (dove per inciso ci rubarono la partita perché il rigore del vantaggio del Real proprio non c’era, il fallo aviene nettamente fuori area…).
Ci avessero detto quello che avremmo passato nel quinquiennio successivo non ci avremmo mai creduto e davvero, per dirla alla Blade Runner, abbiamo visto (e sentito) cose che nessun altro tifoso avrebbe mai immaginato di vedere e sentire.
In questo giorno così particolare mi libero di un piccolo segreto, che nasce da un calcolo statistico tutto mio, frutto di elucubrazioni solitarie un po’ da malato viola.
Abbiate quindi pietà per ciò che state per leggere.
Si tratta della regola del 13.
La Fiorentina nasce nel 1926 e dopo 13 anni comincia la stagione 1939/40, la prima che vide i viola vincere qualcosa, la Coppa Italia.
Poi c’è la guerra e almeno tre anni di black-out, anche se in un’occasione lo scudetto venne assegnato lo stesso.
Si va quindi alla stagione 1955/56 e tutti sanno cosa successe quell’anno.
Passano altri tredici anni e siamo al 1968/69: arriva il secondo scudetto.
Tredici anni dopo comincia l’annata 1981/82 e in verità lo scudetto lo abbiamo vinto moralmente, come e più dell’Inter di oggi perché, come diciamo da 25 anni a Firenze, “meglio secondi che ladri”.
Eccezione (ma fino ad un certo punto) che conferma la regola, il campionato 1994/95, quello del ritorno in A.
La stagione boom ritarda di dodici mesi (nel 95/96 arriviamo terzi e vinciamo la Coppa Italia), ma intanto nel ’94 Batistuta fa il record delle undici giornate in gol e poi conquista la classifica cannonieri.
La regola del tredici scatterà nell’agosto 2007, quando saremo ancora più forti e (temo) senza Coppe europee da disputare, con magari con la Juve ancora in B.
Vuoi vedere che…
Auguri Fiorentina, splendida ragazza di ottanta anni, mia amante dichiarata da quaranta.

Christian Riganò rappresenta il nostro servizio militare.
Chi ha “servito” la patria sa a cosa mi riferisco: quando sei lì, sotto le armi, tutto ti sembra assurdo ed insopportabile.
A distanza di anni, quei mesi declinano il loro sapore amaro in dolcezza, la dolcezza della nostalgia e di quando eri giovane.
Ecco, Christian Riganò ci ricorda i tempi impossibili del Poggibonsi e del Gubbio, l’unico sopravissuto di un gruppo tanto improbabile per noi abituati ad Antognoni e Batistuta quanto utile.
Lo confesso, ogni volta che entrava in campo in serie A con la maglia viola io mi identificavo in Riganò, speravo facesse qualcosa di memorabile a dispetto di una tecnica non straordinaria.
Era insomma come se giocassi anch’io, lo sentivo vicino proprio perché lui più di tutti ci ha ricordato che uno su mille ce la fa davvero, come ce l’abbiamo fatta noi (grazie anche a lui) a tornare velocemente su.
Una persona umile, che l’improvviso benessere non ha cambiato di un centimetro, uno con cui ti potevi confrontare anche aspramente, ma sempre guardandolo fisso negli occhi.
Un grande.

Adesso si capisce quanto fosse importante tenere Toni: dipendiamo da lui, come in fondo è perfino giusto che sia visto che non è mai esistita una grande squadra che non si appoggiasse ad un grande attaccante.
Il problema tattico però mi sembra un altro.
Abbiamo rivoluzionato l’ottimo assetto tattico della passata stagione per consegnare le chiavi della manovra a Liverani, di cui conosciamo pregi e difetti.
Se la partita deocolla su ritmi alti, Liverani stenta, è sempre stato così e sarebbe assurdo criticare ora la sua lentezza.
Come diceva Pecci “il pallone corre sempre più veloce di qualsiasi calciatore” e Liverani sa dove mettere la palla prima ancora ancora che gli arrivi con una rapidità di pensiero che ha pochi paragoni.
Ma se Liverani non è in giornata? Se lo marcano a uomo pure nella nostra metà campo? Abbiamo un’alternativa?
Una in verità ci sarebbe e si chiama Montolivo, ma ancora non si è capito se davvero si crede o no in lui.
Ieri Liverani non l’ha proprio vista e si è pure mangiato un gol clamoroso, ma ovviamente nessuno si sogna neanche lontanamente di bocciarlo per una partita, sia pure così importante.
Ma mentre tornavo da Genova una domanda me la sono posta e ora, a freddo, la giro anche a voi: non è che stiamo rischiando un po’ troppo taticamente?
P.S. Ragazzi (e ragazze), scusatemi ma per tre giorni non posso rispondere ai vostri commenti. Scriverò e basta, ma voi continuate ad esternare…

Stavolta non parliamo di giornalisti, ma di squadre della stessa città, visto che domani andrò a Genova, dove i rapporti con i tifosi rossoblu sono pessimi da anni (nel 1982 mettemmo la macchina a Nervi per paura che ce la sfasciassero).
A volte mi sono chiesto per chi avrei fatto il tifo se avessi avuto la somma sfortuna di non nascere a Firenze.
Torino: vabbeh, via, non si dice nemmeno ed infatti là c’è molta più gente del Toro che della Juve (leggetevi Granata da legare di massimo Gramellini, vice direttore de La Stampa e ritroverete molto della nostra anti-juventinità).
Genova: Genoa e non Sampdoria. Perché siamo più simili a loro nella “sfiga” che li perseguita da decenni e poi quegli altri mi sono sembrati sempre un po’ troppo perfettini, a cominciare da Vialli e Mancini.
Milano: dura, molto dura. Però da bambino stravedevo per Rivera e non capivo perché lo mettessero sempre in discussione e forse per questo avrei detto Milan. Mettiamola così: siccome San Siro è uno stadio mitico, avrei fatto l’abbonamento al terzo anello di tutte e due le squadre per non perdermi mai lo spettacolo.
Roma: qui siamo quasi al limite dell’impossibile, ma più Roma che Lazio. Mi sembra che ci sia più attaccamento verso i giallorossi; gli altri, anche negli anni settanta, sono sempre stati troppo politicizzati.

Mi vergogno di quello che ho pensato.
Sì, mi vergogno perchè non esiste nella vita dolore più grande del perdere un figlio.
E’ intollerabile solo pensarla una cosa del genere: non è nella logica umana ed in fondo, a parziale sostegno della tesi sull’insostenibilità della sofferenza, non siamo neanche stati biologicamente preparati per tale evenienza.
Per questo è allucinante quello che ho pensato di istinto quando ho letto le parole di perdono del padre di Angelo Frammartino verso colui che ha gli ha ammazzato il figlio “perché sentiva il bisogno di uccidere un ebreo” ed invece ha sbagliato persona.
Ho pensato: “ma se la mattanza verso suo figlio l’avesse compiuta un israeliano queste parole così dolci e così crudeli ci sarebbero state lo stesso?”
E’ chiaro che in quel momento così buio del mio intelletto è uscita fuori tutta la mia estrazione ebraica.
Eccole qui le conseguenze dell’odio ormai quasi secolare che divide i figli di Abramo.
Se anche uno laico come me, che da trent’anni crede nella costituzione dello Stato Palestinese, che da decenni non condivide la politica di Israele, cade in queste bassezze, vuol dire che siamo già un bel pezzo avanti nella distruzione di tutto.

Sensazione a pelle, vedendolo da vicino: Prandelli è già in clima campionato, e fa bene.
Sarà stato l’infortunio di Santana, ma l’impressione è che il tecnico viola fosse ben poco rilassato dopo la gara con il Giarre.
Ma forse, più di Santana, conta il Genoa, Marassi e tutto il resto.
Perché la Fiorentina ha effettuato una preparazione che più strana non poteva essere: è partita prestissimo in chiave Champions, ha lavorato all’inizio pensando di giocare dopo pochi giorni partite decisive, dopo è stata costretta a cambiare tutto.
Lo staff è andato a spingere sul fondo e la brillantezza per un po’ di tempo ce la possiamo scordare.
Tutto giusto e corretto, solo che tra tre giorni ci sarà questa sfida che vale moltissimo per le nostre ambizioni europee e troveremo un clima avvelenato.
Prepariamoci perciò ad una serata vera, di Coppa, e non stiamo troppo a recriminare su dove dovevamo essere perché a questo punto non serve a niente.

Comincia oggi con la radiocronaca di Fiorentina-Giarre il mio ventottesimo anno a Radio Blu, un record di fedeltà che ha pochi riscontri in Italia.
Molti hanno pensato che Radio Blu fosse in parte mia: non lo è e non lo è mai stata, ma è come se lo fosse, perché così la sento dal 1979, quando (incredibile, ma vero) il signor Pieroni mi offrì centomila lire al mese per fare una trasmissione alla settimana.
Quella trasmissione si chiamava Pentasport e, come qualcuno di voi sa, continua pure oggi.
Mi guardo dentro ed è bello sentire che la scintilla è la stessa, spero anche l’umiltà, semmai è aumentato la permalosità, già prima ad un buon livello.
Certo, è cambiato il contesto: ventotto anni fa in tribuna stampa stavo sempre zitto perché non mi filava proprio nessuno.
Ero un alieno, l’unico di una radio privata, uno di serie C (in B, per i soloni del giornalismo scritto, poi passati a fare marchette con noi, militavano quelli delle televisioni private).
Adesso vado in tribuna stampa e con un buon 40% dei colleghi o presunti tali non parlo e non ho rapporti perché ci ho litigato.
Non si può proprio dire che io abbia un carattere facile.
Un po’ mi spiace, specie per quelli e quelle che ho “messo al mondo” giornalisticamente e che una volta assunti o sistemati da altre parti si sono scordati/e tutto, tradendo la mia fiducia, ma poi vado avanti lo stesso.
Resta Radio Blu, che per me significa la radio in senso lato, la mia radio.
Uno strumento straordinario che mi ha permesso di realizzare i sogni di bambino/ragazzo, quando volevo fare ad ogni costo il giornalista e tutti mi dicevano di lasciar perdere perché ero senza sponsor politici, perché non avevo parenti giornalisti e perché in fondo si dice sempre così per levarsi un rompiscatole dai piedi.
Ed invece in qualche modo sono ancora qui, e pensare che quando entreranno le squadre in campo ci sarà ancora qualcuno che mi ascolta é, ve lo assicuro, straordinario.

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